I sogni, chi ce li ha più i sogni

Io me li ricordo i tempi delle scuole superiori. Del liceo. Ero piena di sogni. Adesso.
Adesso chi ce li ha più i sogni. Ieri mattina ho incontrato Carlo Nordio. (Apro una parentesi, gli ho fatto un’intervista per il Giornale, esce oggi, sul caso Morisi).
Allora Carlo Nordio stamattina parlava di sogni. In un altro contesto. Ha detto rivolgendosi a dei ragazzi: chi di voi vorrà iscriversi a Giurisprudenza e poi intraprendere la carriera più bella, ossia quella in magistratura, ecco deve sapere che un giudice non giudica e basta. Quando giudica deve tenere in mente le condizioni di chi ha commesso il reato. Il giudice non deve solo ricostruire il fatto che già è difficile. Deve entrare nella testa di chi l’ha commesso.
Mi sono tornate in mente tutte le notti passate sopra i libri all’università. O le prime lezioni. I primi codici. I primi manuali di diritto. Quelli che quando poggiavi sopra il tavolino del bar del centro ti sentivi una figa perché tu eri una studentessa di Giurisprudenza. Palazzo del Bo. Pieno centro. Quanto l’ho amata la giurisprudenza. Mi sono tornati in mente tutte le parole, le sottolineature dei libri, i ricevimenti dei professori, i nuovi inizi, gli esami passati. Quelli di quando ti sedevi davanti al professore e ti pareva di dimenticare tutto. Non ricordavi nemmeno il tuo nome. Poi alla prima domanda. Come le bollicine dell’acqua Idrolitina, chi l’ha vista più l’Idrolitina, i concetti riaffioravano uno a uno. Mi sono venuti in mente gli esami di quando faceva ancora caldo ma era appena iniziato il freddo e non vedevi l’ora di iniziare un nuovo corso. Un corso nuovo. Nuove penne. Matite. Quaderni. Block notes. Fogli. L’eterna giovinezza. La gioventù mai sopita. In fila per comprare i libri. Chi lo conosceva il covid. Le agende. Gli evidenziatori.
Mi sono tornate in mente le notti, di quando guardavo i film con i processi, e sognavo di fare il giudice, sognavo di indossare la toga, sognavo di sconfiggere la mafia – chi non si è iscritto a legge con in testa i miti di Falcone e Borsellino – Mi sono tornate in mente quelle lezioni affollate inzuppate di sudore sacrificio impegno. Mi sono riaffiorate le chiacchierate fuori, sui gradini, mentre fumavi e tenevi i minuti perché se entravi in ritardo erano cazzi. Noi sì.
Noi sì che all’università ci alzavamo in piedi quando entrava il professore. Poi.
Poi la mia mente è andata ancora più indietro. Ai tempi del liceo. Quelli delle versioni di latino. Fatte la mattina presto sopra le panchine delle mura di Treviso. Studiare a Treviso è roba da privilegiati. Sempre grata a chi me l’ha permesso. Quelle interrogazioni preparate sulla Fontana delle Tette. Quando entravi dopo. O uscivi prima. Mi sono tornate in mente quelle camminate di svelta all’uscita della scuola. Quando dovevi correre perché altrimenti perdevi il pullman e prendere quello dopo significava tornare a casa dopo un’ora. E saltare la danza. Gli allenamenti. E tutto il resto. E gli amici. I primi amori. I primi baci.
Mi sono riapparsi i pomeriggi tardi, quelli di quando fuori faceva freddo e il tuo umore si confondeva con i viali alberati, con quelle immagini di una città troppo bella per essere vera.
Chi vive a Treviso sa cosa vuol dire. I suoi portici. I suoi angoli. Scorci. Ville. Callette. Ristoranti. Osterie. Salici piangenti. Le sue acque. I suoi sgorghi. I suoi canali. La Gigia, le sue mozzarelle in carrozza. Quando uscivi fuori da scuola dopo i rientri, i progetti, i corsi, i seminari e fuori era buio. Buio pesto. Ripercorrevo con la memoria tutto questo. Quando d’un botto mi sono destata.
Mi sono voltata. E visto i volti di quei ragazzi. Li ho immaginati sui motorini. Sopra le panchine. A parlare di sogni. A dipingere la vita con la vita davanti. E ho pensato che anch’io alla loro età di sogni ne avevo tanti. Poi sognare diventa difficile. Richiede uno sforzo. Soprattutto perché ci hanno insegnato che un sogno è bello. No.
Un sogno richiede passione sudore sacrificio concentrazione dedizione qualità professionalità intelletto tanto studio e impegno.
Non fermarsi mai. Questo è il segreto.
Mi leggete sul Giornale, tra poche ore.

#sbetti

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