Io me ne fotto

Mi hanno detto: “Domani è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, perché non scrivi qualcosa su Facebook?”. Perché? Cosa volete che vi dica.

Cosa volete che vi dica se vi ricordate della violenza contro le donne solo il 25 novembre! Cosa? Cosa volete che vi dica se siete sordi gli altri giorni. Cosa? Ogni anno a novembre prima di Natale si assiste alla sfilata delle scarpette rosse. E un comune si inventa la fiaccolata. E un altro le panchine. E un altro le mutande col pizzo. E un altro le manifestazioni. I convegni. Le conferenze. Gli incontri. Gli spettacoli teatrali. I drappi rossi. I grandi bei discorsi. I fifì puntellati sui becchi delle camicie. Le mostre. I quadri. Le poesie. I concorsi letterari per dire: “no alla violenza”, “io dico no”, “fermiamo la violenza”, “stop alla violenza”. Qualche ridicolo si dipinge pure la faccia con qualche messaggio.

E così via.

Insomma ogni anno ci si inventano tante belle cose, e poi quando passa il 25 novembre le scarpette rosse vanno a puttane. Le panchine pure. I drappi anche. I discorsi e i propositi non ne parliamo. Finiscono giusti fritti dentro la canna del cesso.

Oh sì. Quando passa il 25 novembre, quando avete finito tutti i comizi in piazza, quando vi siete cosparsi di click e di inchiostro e di luci e di foto, allora si torna alla vita normale. Finisce il grande sogno. Finisce il sogno di vivere in un mondo dove la donna non venga discriminata. Dove la donna se incinta può essere assunta. Dove la donna anche se c’ha la minigonna non la devi guardare come un scimpanzé gigante con la lingua di fuori che non tromba dal 1907. La devi guardare con rispetto. Senza per forza aver la voglia di metterle le mani addosso. E finisce il sogno dove la donna non venga maltrattata. Violentata. Derisa. Stuprata. Infangata. Oltraggiata. Finisce il sogno dove la donna non sia vittima di violenza. Di prevaricazione. O di qualche squilibrato padre padrone che siccome esce con le amiche o parla al telefono le mette le mani addosso. Finisce il sogno della donna indipendente – per colpa anche delle donne che preferiscono scegliere il colore degli asciugamani del cesso in tinta con le tende, anziché lavorare – finisce il sogno della donna autonoma. Rispettata. Non maltrattata. E perché?

Perché con le panchine e le scarpette ci puliamo il sedere. Perché non ci sono fondi. Perché le donne non vengono aiutate. Perché non vengono sostenute.

Sapete quante sono le donne, di cui l’Istat tiene il conto, vittime di violenza in Italia? 44 mila. E sapete quanti fondi ci sono per i centri anti violenza? Dodici milioni di euro che divisi per tutte le donne che qui si rivolgono fanno meno di un euro a donna. Settantasei centesimi! Cioè lo Stato, per il sostegno e l’accoglienza che ogni giorno riceve una vittima di violenza, paga meno di un euro! Poi per i clandestini invece paghiamo fior di quattrini. Ma si sa che con i profughi ci fai i soldi. Con le vittime di stupri invece i soldi te li mangi. Perché ci vogliono strutture, ci vogliono servizi, ci sono costi. Psicologi, infermieri, gente specializzata, personale per i consultori, tutta gente che attualmente, almeno più della metà, lavora gratis. In più, sempre secondo dati Istat, il 63,7% delle donne maltrattate ha figli, minori nel 72,8% dei casi, e 27 volte su cento la vittima è di nazionalità straniera. Il che vuol dire che lo Stato non ha soldi nemmeno per gli italiani.

E poi. Poi la giornata commemorativa finisce nel gabinetto perché se per caso vai a denunciare, – lo so perché sto seguendo delle storie per il mio libro- ecco ti senti rispondere: “signora dobbiamo coglierlo con le mani nel sacco”, cioè prima devi farti ammazzare poi in punto di morte puoi anche denunciare.

Ecco perché. E poi perché le pene non vengono applicate.

Ho seguito alcune storie dove lui con denunce per maltrattamenti, stalking, tentati omicidi, stupri, viaggia a piede libero perché non ci sono prove.

Allora è la nostra cultura che è malata. È la nostra cultura dove non basta la parola a tentare almeno di far capire che mio marito mi violenta. La cultura che diffida sempre. Che la giustizia non può fare niente. Che ti dicono di tornartene a casa tranquilla perché manderanno sotto casa una volante. La cultura che costringe la donna a prendere un appartamento in centro a Milano anziché in periferia perché se per caso rientri a mezzanotte, e le metro non ci sono, chi torna a casa da sola al buio? La cultura che non ti fa sentire sicura. Che ti fa accompagnare. Che ti fa venire a prendere.

Ecco quali sono le scarpette rosse. Quelle che non puoi indossare perché le strade ancora non le puoi percorrere. Nemmeno quelle delle giustizia. Allora sapete cosa vi dico? Che tanti bei discorsi andrebbero appesi nelle aule dei magistrati, negli studi degli avvocati che difendono gli stupratori, sopra le scrivanie dei legislatori, nelle caserme, nelle case dei marescialli, dei carabinieri. E che sinceramente io me ne fotto. Non indosso le scarpette rosse, ma la minigonna la metto tutto l’anno.

#sbetti

#iomenefotto

#25novembre

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