Allora adesso vi racconto una storia. Insomma l’altro ieri era per me un giorno particolare, perché sei anni fa il 24 novembre 2016 iniziavo a scrivere ufficialmente per il Gazzettino. Sì insomma c’era stato quell’episodio di quando avevo scritto, circa un mese prima, di getto quell’intervista a Sergio Sgrilli che non avevo voluto lasciare sulla carta del formaggio, ma ufficialmente la mia avventura parte il 24 novembre. Ventiquattro novembre. Fuori c’era il sole.

Allora quel giorno prima faccio un’intervista a un nonnetto. Rapinato in casa. Ricordo che andai in pigiama a fare quell’intervista, tanta era la foga di quella mattina quando mi chiamarono. Avevo visto che nei film i giornalisti dovevano correre. E poi un cigno con incastrato un amo nel becco. Ci volle una task force di vigili del fuoco carabinieri e polizia locale per riuscire a beccare il cigno, togliergli l’amo di dosso e liberarlo. Ma insomma.

E così da lì cominciai. Ufficialmente. Mi venne assegnata una zona e mi dividevo tra un pezzo e l’altro. Gli anni passarono. I primi anni molte volte fu molto dura. Dovevi riuscire a farti strada dove non eri nessuno. Ma a me piaceva. Piaceva da morire. E quindi mi ci buttai senza paracadute. Le giornate erano scandite dalle prime interviste, gli articoli da fare, le battute da contare, le cose nuove da imparare, le regole da rispettare, i consigli comunali dove andare. Alcune regole mi stavano strette. Me le sentivo troppo addosso. E così a volte le rispettavo. Altre volte no. Mi piaceva quello che stavo facendo, amavo il mio territorio, volevo raccontarlo, mi piaceva andare di qua e di là a raccontare la realtà. A volte mi chiedevo perché lo facevo ma dentro di me una vocina mi diceva sempre: “fallo, vai avanti Serenella, vai avanti”. E così tra un pezzo e l’altro, tra mille chiamate, mail, notifiche, telefonini, registratori sotto la pioggia, interviste rubate, foto scattate, maledizioni di chi si è visto finire sul giornale e non voleva, ecco tra mille e mille e migliaia di cose sono andata avanti.

Poi, dopo quattro anni esatti, ho cambiato quotidiano locale.

Insomma gira che ti rigira. La mia vita stava scandita tra un pezzo e l’altro della cronaca miranese. Tra un pezzo e l’altro di altre storie e tra un progetto e l’altro di andare a raccontare quello che gli altri non possono vedere.

Il 28 marzo 2018, dopo aver fatto un pezzo per il quotidiano locale sulla mancanza di vie intitolate alle donne, mi dico sai che c’è? C’è che io vorrei intitolare una via a una donna coraggiosa, a una che aveva già previsto, a una che ce l’ha fatta, così come fosse da esempio per tutti questi giovani traditi dai sogni di gloria di questa Italia che va a rotoli e abituati nemmeno a comprare la carta igienica nei cessi. E così feci una petizione. Il quotidiano locale per cui lavoravo, che dopo due mesi mi “licenziò” per il mio pensiero, mi espresse anche il suo disappunto. Ma sostanzialmente me ne fregai. Ebbene.

Ebbene domenica 24 novembre, domenica scorsa, il viale di Villa Farsetti di Santa Maria di Sala #Venezia è stato intitolato a Oriana Fallaci.

Per scoprire che la carriera di Oriana è partita proprio da Santa Maria di Sala, da Sant’Angelo, come scrive il giornalista Claudio Gregori nel suo libro Labrón. Quando aveva 22 anni, venne inviata dal giornale Epoca, proprio a Sant’Angelo. E venne inviata per intervistare la mamma di Tony Bevilacqua. “Ci va anche una ragazza di 22 anni a intervistare la mamma di Tony”, scrive Gregori. “A Padova tutti conoscono questa donnetta di cinquantotto anni – scrive la giovane giornalista – con i capelli ancora neri tirati dentro la crocchia e lo sguardo umile; quella donnetta che alla vigilia di una corsa entra nel tempio – Sant’Antonio – e si inginocchia davanti alla tomba del santo, fra i ceri, gli ex voto e le ingessature dei miracolati. Prima di andarsene sfiora con la palma destra il marmo verde dell’altare perché dicono che porta bene”. La giovane inviata di Epoca si chiama Oriana Fallaci.

#sbetti