Non so cosa si provi a intervistare un Capo di Stato. Ma a me è successo

Non ve lo so dire cosa si prova a intervistare un Capo di Stato. Fatto sta che lunedì mi è successo. La mia intervista e le foto le trovate sull’edizione cartacea di Libero.

Unica giornalista italiana a entrare al pranzo di Jair #Bolsonaro.
Quando sono arrivate le guardie brasiliane a prendermi. E i colletti dell’esercito verde – oro, non ci volevo credere. Imbottiti, possenti, muscolosi, solidi. Con questi occhi neri che sembravano palle ovali d’inchiostro che ti scrutavano a più non posso. Ero dentro. La pioggia. L’attesa. Il momento. Quello giusto.
Poi.
Poi quando mi sono trovata davanti Bolsonaro, le mie gambe si sono addormentate.
Ingarbugliata com’ero, tra il registratore, la pioggia appena presa, e le domande da fare.
Ma mi facevano cilecca non per Bolsonaro, ma perché dovevo concentrarmi sull’intervista.
Questo, mentre i buontemponi dei centri sociali imbrattavano il centro di Padova.
All’inizio Bolsonaro era sulle sue. Mi ha guardato. Mi ha scrutato. Impettito. Con la bocca fine e gli occhi attenti. Vispi. Azzurri. Corpo solido, ex militare. E si vede, distante un miglio. Il suo volto è molto semplice. Con quello sguardo all’inizio truce, pensieroso, poi sorridente, energico.
Abbiamo iniziato a parlare. E lui è diventato un fiume in piena… il mio racconto su Libero…

#sbetti

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