RipartiAmo

Dal diario di Facebook

È stata una giornata massiccia. Oggi sul #Giornale trovate due servizi sulla continuazione della storia del focolaio di Vicenza importato dalla Serbia. E un’intervista che vi dirò appena esce.
Ma è stata una giornata massiccia perché tornare a scrivere di Covid mi ha lasciato una sensazione strana. Questo mestiere per certi aspetti rende ruvidi. Sì insomma, non è stato come la prima volta dove mi tremavano le dita, non trovavo un posto dove fermarmi per scrivere, in giro era buio pesto, non c’era nessuno, e mi ero ritrovata a scendere quei colli di notte da sola, ancora non sapendo a quello che saremo andati incontro dopo.
Stavolta è stato diverso. Ma mi ha comunque lasciato un tarlo. Stavolta è stato che ho lavorato, ho scritto e poi tra un servizio e l’altro sono andata a fare la spesa.
Ancora mi ricordo di quando per fare la spesa la gente aspettava fuori, non ci si salutava nemmeno, tutti sospettosi impauriti, pieni di paura. Uscivi e quelle strade erano così deserte. Il vuoto attorno. Il nulla. Non c’era nessuno. Nemmeno un lamento. Solo il silenzio faceva rumore. Quello del terrore.
E allora dicevo sono andata a fare la spesa e ho visto che in una piazza stavano facendo festa. La musica la sentivi da molto lontano. Disco, anni 80, disco dance, musica a palla. Che bello mi sono detta. Che bello. Che bello vedere il paese che fa festa, che riparte, il sole, il mare, l’estate, sì ok stiamo attenti ma almeno partiamo.
Così ci passo accanto e mi ferma una persona. Allora cominciamo a parlare e mi sento dire che non è possibile fare una festa così, che si prende il giro il paese, con tutte quelle persone che sono morte. Io gli dico cosa c’entri questa cosa e lui mi dice che non è rispettoso, che quest’anno bisogna aspettare, che se per caso scoppia un focolaio siamo tutti fottuti. Io lo guardo. Sgrano gli occhi. È la mia testa mi ributta indietro a tre mesi fa. Mi sembra di vedermi là, anziché i tacchi le scarpe da ginnastica, la calzamaglia, il cappottone verde, la sciarpa, che cammino avanti e indietro per il paese e fumo la mia sigaretta. Mi viene l’angoscia. Indietreggio. Non lo voglio. Non voglio ascoltare una persona che mi ributta indietro di tre mesi. Non la voglio ascoltare. Non dobbiamo dimenticare ma dobbiamo vivere.
E mi meraviglia perché questa persona era una di quelle che diceva all’inizio che era tutta na minchiata.
Allora io non la biasimo. Non la giudico. Ci sono diverse sensibilità di approcciarsi alla cosa. Diversi strascichi lasciati dietro di noi da questa triste storia, ma mi sono accorta di come molti ancora siano così talmente terrorizzati da non concepire l’idea che si possa provare a ripartire.
Anche i nostri nonni quando sollevarono una a una le macerie di una guerra, provarono a ripartire. Noi non abbiamo lottato. A combattere con il fucile di cartone sono andati i medici. Ma abbiamo un dovere. Non far morire il paese. Perché mi risulta impossibile pensare che nella mente delle persone non ci sia un momento in cui questo possa finire. Mi risulta impossibile.
Perché cosa facciamo? Stiamo sempre tutti a casa? Ci chiudiamo? Non usciamo più di casa? Per quanto? Chi ci dà da mangiare? Ci ci guadagna da vivere? Mi hanno risposto che ci deve pensare lo Stato. Che devono arrivare i soldi.
Vero. Lo Stato non ha versato niente. Ma una logica assistenzialistica tipica di uno stato comunista dove la gente infinocchiata e intortata in tutti i modi, attende le sovvenzioni i sussidi e quanto può produrre, io non la voglio. Non la voglio una mentalità che pensa che lo stato debba dare tutto a tutti. E che siamo tutti uguali. E che tu devi produrre dieci. E tu venti. E tu dieci come gli altri. Non la voglio.
Voglio un Paese che riparte. Che decide come quanto fare dove andare con chi. Voglio la gente che compra. Che esce. Che mangia. Che è felice. Che balla. Che lavora. Che fa lavorare gli altri. Voglio l’imprenditore che rischia. Che chi lavora di più prende di più. Che chi lavora di meno prende di meno.
Anche i nostri nonni piangevano i morti. Loro che la guerra l’hanno fatta per davvero.
Ma loro almeno non si piangevano addosso.

sbetti

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