Conetta: tra nebbia e migranti 


Io li ho visti. Gli occhi di quei migranti. 
Persi. Perduti. Smarriti. Alcuni confusi. Disorientati. Turbati. 

Tristi. 

Li ho visti gli occhi di chi non sa cosa fare e di chi dimentica perfino il proprio nome. 

Ma ho visto anche quelli pieni di odio. Di ribellione. Di ingratitudine. Colmi di quella voglia che attira vendetta. 

Alcuni ti guardano come fossi un insetto da schiacciare. 

Altri ti deridono, ti prendono in giro. 

Ti dicono “ciao bella” mentre cammini per strada. Niente di diverso dai rozzi camionisti di tutti i giorni, che suonano il loro becero clacson alla vista di un essere umano che abbia il volto di donna. 

Ma quei migranti, con le infradito ai piedi quando la temperatura scende a meno cinque, con quei capelli a forma di mucca pronti a deriderti. 

Con quegli occhi neri pieni di rancore che vogliono, che pretendono, che ringhiano, che ragliano. 

“Noi non ci fermeremo – hanno gridato – noi non ci fermeremo”. 

E poi tutti in coro: “senza paura, senza paura”. 

Gli immigrati del campo di accoglienza di #Conetta, sabato hanno manifestato. Per cento profughi sono stati blindati due comuni. Ristoranti, negozi e bar chiusi. Hanno riaperto alle 16.35 di un pomeriggio d’inverno quando lì fuori è già nebbia e buio pesto. 

Gli immigrati pretendono cose che lo Stato non è in grado di garantire nemmeno agli italiani. 

Vogliono il permesso di soggiorno per tutti, i documenti per tutti, il lavoro per tutti, una casa al caldo, le medicine, le sigarette, le ricariche telefoniche e pure il telefonino. 

Se c’è il Wi-Fi meglio. 

Se non c’è, la soluzione è posizionarsi davanti al bar del paese con connessione free e sostare finché arriva sera.

Così i bar, ora, hanno tolto pure quella e addio Wi-Fi. 

Ma qui c’ha da fare chi ha permesso e fornito tutto ciò. Ora Minniti parla di voler dare un lavoro a questi migranti. Quale? Come? In che modo? Faremo fare anche a loro corsi di formazione? Tirocini e i tanto amati stage che tanto piacciono ai giovani? 

O creeremo veramente dei posti di lavoro. 

Perché l’accoglienza che abbiamo dato e assicurato finora a queste persone è il ritratto della mentalità italiana. 

“Stai qui buono. A te ci pensa mammà”. 

E così il Governo fa da balia agli immigrati. 

I prefetti si improvvisano tour operator. 

I ministri fanno selezione del personale. 

E noi, circondati. 

Quando ci dicono che anche i nostri nonni sono stati migranti, dovrebbero avere rispetto. Un rispetto spietato, per i nostri avi, per i nostri padri, per i nostri nonni, per i nostri bisnonni. 

Perché alcuni di loro hanno deciso di ripartire dove c’era la guerra e a sentire i loro racconti, vi posso assicurare che si sono fatti il culo quadrato per ricostruire tutto, spaccandosi le ossa, per spaccare pietre da usare come cuscini. 

Si sono ingegnati, si sono cercati un nuovo lavoro, e dove il lavoro non c’era se lo sono inventato. 

Quelli che dall’Italia se ne sono andati all’estero, si sono rimboccati le maniche, si sono dati da fare. Si sono affogati nel lavoro. Non sono stati in una sala d’attesa, come corpi vaganti, migranti e naviganti nella nebbia. 

Quelli che in passato hanno cercato lavoro altrove, l’hanno trovato davvero, senza pretendere che lo Stato lo trovasse per loro. Ma questa filosofia sta scomparendo. 

E lo Stato, il lavoro non lo trova nemmeno a noi italiani. 

Lo dovrebbe tutelare però, garantire. 

I rappresentanti dei migranti vogliono doppio. 

Vogliono che lo Stato glielo trovi e vogliono pure che glielo assicuri. 

Nel frattempo stanno lì chiusi nel centro aspettando che la terra giri dall’altra parte e incroci la luna. 

È il sistema che è malsano. L’aver accolto tutti e averli ingannati che qui c’era la fortuna. 

L’accoglienza fatta dalle cooperative pronte a lucrarci. L’accoglienza intesa come dolce far niente. Pensata come garanzia, come aspettativa, come attesa. 

Ma al di là di questo, io credo ci voglia coraggio. 

Ci vuole coraggio a manifestare e pretendere diritti per il solo fatto di essere qui. Ci vuole coraggio a rimanere seduti durante il giorno e pretendere che lo Stato passi i documenti, sapendo che lì fuori, proprio lì fuori da quel campo base, dove la gente d’estate taglia l’erba e tu con l’iPhone rimani a guardare, è pieno di italiani che lavorano e che quando il lavoro l’hanno perso si sono ammazzati. 

Da umana però, non posso non riconoscere come sia umanamente impossibile, e ribadisco impossibile, resistere in un campo base come quello di Conetta, ammassati per mesi come polli in attesa del timbro. 

Ma ci vuole coraggio anche per restare a guardare. 

Perché, la follia ora è che anche i migranti si sono accorti di come questa accoglienza non funzioni. 

E ci vuole molto più coraggio a restare zitti che a tentare di urlare.

#buonanottesbetti

#venezia #conetta #immigrati 

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