Quest’anno no, non sento il #Natale

piccoledonne1994

Quest’anno no. Non sento il #Natale. No non lo sento. Troppe cose, troppe storie, troppe faccende, troppi casini, troppe scelte.
Ma non mi riferisco alla mia vita personale, quella, quella è una scelta tutti i giorni, anche se qualcuno probabilmente si aspettava di leggere se sono sposata, fidanzata, single, lesbica, bisex, etero, se vivo con il cane, con il gatto e se ho una zucca in giardino come auto.
No mi riferisco al nostro mestiere. Al nostro #lavoro. Ma mestiere rende di più. Ti veste. Ti mesta. Spietato, disgraziato ma bellissimo.
Mi riferisco a quello che facciamo come #giornalisti. Alla #cronaca di tutti i giorni. A quella locale, a quella nazionale, alla cultura, all’attualità, alla politica, alla sanità. Mi riferisco un po’a tutto.
La cronaca ti spersonalizza, ti riempie ma allo stesso tempo ti svuota.

Le #storie, quelle che incontri, quelle che scontri, quelle che vivi, quelle dove metti l’anima in ogni singola parola, in ogni singola virgola, in ogni singolo tratto di una lettera sbattuta su un pc, quelle che vivi fino a non sapere più chi sei, quelle che ti fanno strimpellare le dita su una tastiera fino a farti male per la velocità con cui la tua pancia vomita parole; insomma sono le storie che riempiono i fogli di schizzi di anima e di vita.
E tu come una spugna. Assorbi. Tutto. L’acqua, la tempesta, l’uragano non scivolano via. Si impregnano sulla spugna fino a gonfiarla e solo stritolandola e lasciandola lì, la spugna si asciuga. Ma in tutto questo il fuoco centrale resta la pancia, sempre la pancia.
Da lì parte tutto. Da lì si innesca tutto il meccanismo che parte dallo stomaco, arriva dritto al cuore, solleva le dita e ti fa scrivere, con sopra sempre la ragione.
Ogni parola, ogni emozione, ogni pianto, ogni gioia, ogni risata, ogni pugno sul tavolo, ogni sensazione, ogni sbaglio, ogni errore parte dal dentro dell’addome più profondo.
E quando ci si espone di errori se ne fanno, tanti. Quando si scrive, i pugni sul tavolo diventano altrettanti. Sul tavolo o sul cofano dell’auto, sulle scale, su un sedile di un treno che ti riporta in città, o perfino seduta su un masso di terreno appena solcato da un aratro stanco.
Ma i pugni partono tutti da lì, anche quelli belli, anche quelli che “sì cazz, anche oggi ce l’ho fatta”.

Ma ci sono anche quelli meno belli, quelli brutti, quelli che quando pugni, le lacrime ti sgorgano dagli occhi, quelli che “serenella mi serve il pezzo”, “serenella muoviti”, quelli che non c’è tempo, non c’è spazio, non c’è replica. Poi ci sono quelli che ti fanno incazzare, quelli che ti fanno gridare ma durano il tempo del pugno, il tempo del grido. E poi. Poi ci sono quelli che ti fanno arrabbiare e sono i peggiori. Quelli non se ne vanno come uno sfogo lanciato su un tavolo, che parte in picchiata per risalire; quelli, quelli covano dentro, marciano. E marciscono. Poi l’arrabbiatura se ne va e se si è rimasti delusi la marcia e il marciume della delusione continuano la loro lemme camminata.

E così passano le giornate, tra mille mail, mille messaggi, mille notifiche, mille gruppi, mille plin, dlin, mille comunicati stampa, conferenze, atti, documenti, appunti, mille pezzi scritti ovunque, perfino nel bagno del ristorante quando i tuoi amici vedono sfornato il rombo di pesce. Pezzi anche dall’autostrada perché se fosse dopo il casello, bè è troppo tardi.
E giù le chiamate al volo, mille telefonate finché addenti i piselli per pranzo, finché cerchi un filo di cipria che ti copra il volto. Finché indossi il mascara pronta per partire, finché aspetti di “spedire le labbra a un indirizzo nuovo”.
L’altro giorno mi è capitato di scrivere un numero sulla mano finché ero ferma al semaforo e per prendere i tre numeri che la mia interlocutrice mi stava dicendo (poi lei sarebbe decollata da Malpensa) pregavo Iddio che non scattasse il verde.
Insomma le nostre giornate si svolgono così tra mille parole, mille storie, mille domande, mille risposte, mille virgole, mille accenti, mille battute, mille punti interrogativi, dove alcuni mai piegheranno la schiena per diventare esclamativi.
Ci sono le storie più belle che a volte per noi sono le più brutte. E sono quelle che ti fanno passare per avvoltoi, cinici, giornalisti senza cuore. Ma non è vero.
La sera quando cala la notte, quando il resto del mondo va a dormire, quel cuore spunta sempre e l’effetto che fa serve per il giorno dopo, quando pensi a cosa dovresti, o non dovresti fare, a cosa dovresti o non dovresti scrivere, quando pensi, ripensi, passeggi e lentamente nemmeno te ne accorgi che la sigaretta si è consumata da sola.
Quando abbiamo a che fare con le storie, sappiamo che prima delle parole vengono le persone. Poi le parole arrivano alle persone, ma non il contrario. Quel contrario lo dobbiamo fare noi. Senza scendere mai a compromessi. Un mestiere che ti scava dentro, a volte voragini senza fine, dove le parole pesano più del piombo e dove il piombo si raggomitola sullo stomaco e soltanto dopo pochi giorni snellisce.
Poi ricompare con qualche altra storia.

È un mestiere a volte insopportabile, ti mette a contatto con il dolore diretto della gente. Anche se una volta una collega mi disse “non tutti sono come noi che vedono i cadaveri e si mettono a scrivere”. Vero. E vedi anche le lacrime delle madri che hanno perso i figli, traditi da un sabato notte in moto con gli amici; vedi il dolore angosciante e angoscioso dei padri, quello più terribile, quello più difficile da sopportare, quello che ti fa sedere su una sedia lungo l’asfalto con le mani ricurve verso il basso e lo sguardo perso nel vuoto, forse sperando che passi il treno.
Ed è questa l’immagine che ho sempre in testa quando c’è qualche storia dolorosa da trattare e devi trovare le parole per raccontare. Ed è l’immagine del primo incidente di cui mi occupai.
Un mortale, un bambino.
Era febbraio 2014.
Al nonno avevano dato una sedia e se ne stava seduto sulla strada con le mani piene di sangue e gli occhi che non capivano, anche se urlavano disperazione. Io capì che il bambino era morto dallo sguardo di un vigile del fuoco. I suoi occhi puntarono dritti sui miei e dicevano “non c’è stato nulla da fare”.
Ecco ogni volta che devo bussare al dolore degli altri ho in testa questo.

Ma poi ci sono anche le storie belle. Come quel bimbo di quest’anno abbandonato dietro a un bidone delle immondizie. No ok, non è bello. Ma il bambino era vivo e si è salvato. Ricordo che quella sera, una domenica di fine giugno, avevo appena finito di lavorare, era tardi, appena spento il computer ed ero già con un piede in doccia. All’improvviso squillò il telefono. Non volevo rispondere ma una vocina mi disse “fallo”. E infatti. Qualcuno mi avvisava del bimbo. Le pagine del giornale cambiarono nel giro di pochi secondi, “bloccate le pagine” e tu che devi scrivere alla velocità della luce. Il giorno dopo la notizia venne ripresa dalla stampa nazionale, da tutti e ancora una volta un bambino abbandonato si era salvato. Attilio il suo nome.
Un anno prima sempre giugno, sempre sera, sempre Santa Maria di Sala un’altra neonata era stata abbandonata, davanti la casa del parroco. Martina.
Lì si aprì un’ escalation di energia, di vita, di forza, di speranza, di concentrazione e di coraggio.
Quel coraggio che a gente come noi, non manca mai. Il coraggio e la fortuna di scegliere di scrivere una storia e di darle ancora vita, non appena la si imprime, come il piombo, su un foglio di giornale.
Ora non lo so se sentirò di più il Natale, ma Natale è la storia eterna, quella che non muore mai.
#buonanottesbetti

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