A cosa servono gli articoli di giornale 


Oggi ho seguito un #funerale. All’inizio, quando ho cominciato a fare questo mestiere, non capivo perché bisognasse seguire un funerale. 

Mi dicevo ma perché dobbiamo seguire un funerale? Ovvio che non si seguono tutti i funerali. Ma quelli che sono stati notizia sì. 

Mi chiedevo che diritto avessi, io, di provare a raccontare e di entrare in una cerimonia intima e interiore come un funerale. 

Al funerale di mio nonno eravamo noi stretti familiari e un cagnolino che aspettava sulla porta. E non avrei voluto nessun altro, perché troppa gente al funerale strozza. 

Poi con il tempo ho capito. C’è chi può essere d’accordo e chi no. Ho capito che si prova a raccontare l’ultimo viaggio di quella persona, che per un motivo o per l’altro è finita sul giornale. Perché scriverne senza salutarla forse non avrebbe senso. 

Allora qui le parole diventano importanti. Anzi lo sono sempre. Sempre. 

Ma qui diventa importante anche quello che non é parola. I gemiti. Gli sguardi. I volti. I pianti. Le parole che non si riescono a dire. Quelle cose che non si riescono a fare. La paura, il timore, i blocchi, i silenzi. Quelli freddi, agghiaccianti, quelli che vorresti finissero subito, interrotti da un semplice rintocco di campane. 

Diventano importanti i gesti, le corde vocali che vorrebbero fuoriuscire, i nodi in gola che fanno trasalire. Diventa importante l’abbraccio, la spalla di un amico da riempire di lacrime. Diventa importante tutto. Tutto racconta quello che poi tu dovresti scrivere. 

Oggi ho visto un ragazzino di 15 anni guardare fisso la bara del padre. Aveva gli occhi di chi ha perso tutto e non sa come fare. Il papà si è tolto la vita. E ora, l’ ometto di casa è lui. È lui che ha accompagnato il padre l’ultima volta, come un padre accompagna il figlio a scuola. Ma negli occhi non c’era odio. C’era amore. Comprensione. 

Al di là delle ragioni, al di là della storia che qui non ha senso raccontare, ho visto un ragazzino farsi forza, tra i pianti della gente. Lì in quel piazzale dove le gambe, se provavi, anche solo per mezzo secondo, a cercare invano di capire cosa stesse provando, già cominciavano a tremare. A sprofondare. 

Non credo che il gesto di togliersi la vita si possa commentare. Non lascia spazio a parole. E qualsiasi vano tentativo di spiegare è fuori luogo, fuori tempo. Non c’è alcun voler provare a commentare una persona che decide di togliersi la vita. 

È una scelta. 

E la scelta, di fronte alla morte, di fronte a chi non ha più possibilità di replica, va rispettata. 

Anche oggi, mi sono chiesta, che senso avesse raccontare tutto questo. Ma l’altro giorno, una persona che non sta bene mi ha detto che ogni mattina apre Facebook e legge i miei post. I miei, come quelli di tanti altri. Legge i fatti del giorno, le notizie, i racconti, le polemiche, le cose belle e le cose brutte. Grazie a questo trova il modo di sentirsi connessa con la realtà, di percepire, di sentire, di stare in contatto con quello che la gente pensa, scrive, immagina. 

Allora forse mi sono detta che un senso all’articolo di giornale, al pezzo postato e ripostato su Facebook, c’è. Il senso che domani, qualcuno leggendo le parole che incidono come lo scalpello incide la roccia, possa fermarsi a pensare. 

#buonanottesbetti

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