Nasce tutto per caso. Un giorno di agosto.
Questa mattina ho “tenuto una lezione” nella scuola media di Castignano in provincia di Ascoli Piceno. Il sindaco per l’occasione ha preso 30 Libero.
Tutti i ragazzi con i giornali sotto mano. C’erano anche quelli collegati in videoconferenza.
Ma la cosa nasce ad agosto scorso quando il sindaco Fabio Polini mi dice: “Serenella mi piacerebbe tanto organizzare qualcosa per questi ragazzi. Li vedo così smarriti, così persi, così sperduti. Vorrei tanto farli confrontare con la realtà. Vorrei che si interessassero a qualcosa. Che si appassionassero a qualcosa. Questa pandemia poi, li ha smarriti ancora di più”.
Allora io gli dico che sì certo. Che possiamo assolutamente organizzare. Che è una bella cosa. Che d’inverno scendo e organizziamo sicuramente. Questa mattina si è tenuta la lezione. Due ore e mezza piene zeppe di domande. Racconti. Testimonianze. Ho cercato di raccontare loro com’è la vita del giornalista. Quando comincia la mattina. Quando va a letto la sera. Cosa fa durante il giorno. Quali sono le fonti. I caratteri. Cosa vuol dire scrivere un pezzo partendo dal dove. Come. Quando. Chi. Cosa. Perché. Ho detto loro cosa sono le battute. E ho raccontato di quanto sia bello questo mestiere.
Io non sono una di quelle che ti dirà “il giornalista non lo fare”. Ti dico che se ti capita, come è capitato a me, e se senti che è la tua strada, ti dico di continuare. Perché non sono nessuno per negare anche solo con l’immaginazione i sogni di qualcuno.
Ho raccontato di quanto sia bello. Di quanto sia a volte anche doloroso e brutto. Di quando non te lo scrolli di dosso. Perché quello che racconti ti segna. Ti forma. Te lo porti appresso. Ci vai a letto la notte. Ho raccontato di quando entri dentro il dolore degli altri e a volte non trovi le parole per farlo capire. Per farlo parlare. Ho parlato loro dell’importanza delle fonti. Della bellezza che ha questo mestiere: ti mette a contatto con gli altri, con le persone, i contatti, i collegamenti, gli amici, aerei, treni, viaggi, e poi magari ci scopri cose nuove.
E ci scopri storie. Da scrivere. Da raccontare. Da narrare. Così. Quando è stato il momento delle domande mi hanno sorpreso questi ragazzi.
Sì insomma in un paesino del centro Italia che conta 2 mila anime, ho trovato ragazzi così preparati, curiosi, attenti, provocatori, dinamici; no legnosi, no ferrigni, no macigni. Ma argille aperte a tutto. All’ascolto. Alla condivisione.
Mi ha colpito quel bambino che mi ha chiesto perché la mia collaborazione a La Nuova Venezia è durata così poco. L’aveva letto su internet. Curiosi questi ragazzi. Sgaggi. Con l’aiuto delle insegnanti, con un linguaggio accessibile glielo abbiamo spiegato.
Mi ha colpito il ragazzo che mi ha chiesto se ho mai avuto l’impeto di mollare tutto. Incredibile come i bambini siano cosi empatici. Così introspettivi. Ti leggono dentro che nemmeno te ne accorgi.
Mi ha colpito la ragazzina che mi ha chiesto quali caratteristiche deve avere una persona per fare questo lavoro: umile, dinamica, curiosa. Ma soprattutto sensibile. Il tatto. Il non avere diritto a entrare dentro le storie. Quando una storia la puoi raccontare, o la devi raccontare, devi solo ringraziare.
Mi ha colpito la bambina che mi ha chiesto quali strumenti uso per il mio lavoro. Brava. Pragmatica. Pratica.
Mi ha colpito il bambino che mi ha chiesto cosa ho provato la prima volta che sono andata nella Ex Jugoslavia. Gliel’ho raccontato. Mi sono aperta. Ci ho messo tutta me stessa.
Mi ha colpito anche il sindaco quando entrando a gamba tesa ha detto: “io la mattina non vado al bar a leggere il giornale, me lo vado a comprare, perché per me il giornale del mattino è come il pane. Lo devi sentire scricchiolare. Devi sentire le pagine che si staccano le une con le altre”.
Mi ha fatto rabbrividire. Non ci avevo mai pensato.
Poi alla fine di tutto. I saluti.
L’augurio di vederci presto. La preside Luigia Romagni mi ha detto: “La pandemia ha avuto una non piacevole influenza sui ragazzi, vanno aiutati a guardarsi dentro e a liberare le paure, forse noi adulti in questo momento non siamo in grado di aiutarli. Più che salire in cattedra ora è tempo di confronto, ascolto e condivisione di belle testimonianze di vita. Quindi grazie per la sua testimonianza, così intensa e forte umanamente”.
Ma sono io che li ringrazio. Poi. Poi ho detto loro: “non perdetelo mai. Non perdete mai il contatto. Il confronto. La voglia di stare insieme. E nella vita seguite il vostro intuito. Quello che sentite dentro. Quello sa tutto”.

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