
È dura. Durissima.
È dura quando entri in un posto e non sai se l’umanità esista ancora. Se gli esseri umani vedano questo schifo e nonostante questo siano in grado di stare zitti. In silenzio. Di mettere sottocoperta le cose scomode.
Ieri sono entrata in un posto che è una roba sconvolgente. Credetemi sconvolgente. E ogni volta che entro in questi posti mi ci impregno il cuore. Il vento soffiava forte oggi, sopra questi palazzoni di Trieste. Occupati. Abbandonati. Clandestini fantasma che vagano nella terra in cerca di un posto migliore. Colpevoli solo di essere nati dalla parte del mondo che tutti sfruttano ma nessuno vuole. Ci sono entrata ancora per la terza volta e vi giuro mi veniva il vomito. Il vomito. Mi veniva profondamente da vomitare. Vite sospese a metà tra il presente e il futuro, con un macigno come passato. A un certo punto mi son trovata per caso dentro a un cosiddetto bagno. Esiste un posto in questi palazzoni, dove i migranti dormono, che è una stanza. Un bugigattolo di quattro metri per quattro, con incollata una porta bianca di compensato. Alla parete una scritta rossa in arabo: “Afghanistan”.
Ebbene qui ci hanno fatto il loro bagno. La loro toilette. Il loro water. Il loro wc. Il wc però non è quello che pensiamo noi. Che se non abbiamo la tavoletta intonata con le tende protestiamo. No. Il loro water è il pavimento. L’asfalto capito. L’asfalto. Cagano per terra. E così ci sono entrata in questo bagno a cielo aperto. Coperto da un tetto fatto di mattoni impregnati di sofferenza e angoscia. E ci sono entrata così per caso. Ho visto a un certo punto il cameraman coprirsi il naso. La bocca. Ma io ancora non sentivo. Ho visto il cameramen indietreggiare e io che gli dicevo: “Dove vai? Dai entriamo”. Così ho fatto un passo avanti. E poi due. E poi tre. Quando ho fatto capolino dentro quella stanza giuro volevo vomitare. A terra c’erano sacche di merda. Mosche. Zanzare. Odore di merda sangue e vomito. Mi è entrato in gola. Son dovuta uscire e me lo sentivo dappertutto. Era una cosa rivoltante. Sconvolgente. Nauseabonda. Quando sono uscita barcollavo. Non sapevo che fare. Ho provato a chiudere gli occhi. A spostare quel pensiero che costantemente ritornava lì. Ma niente. La mia mente si era impossessata dei miei pensieri. Allora li ho lasciati scorrere. Ho pensato: “Ok, quella sensazione di merda intendo, deve passare, devi attraversarla”. Senza scacciarla. E così ho fatto. Mi sono accesa una sigaretta e per un po’ non ho più parlato. In quel momento ho benedetto il mio letto. Il mio bagno. La mia vita così scombiccherata e indaffarata. Ho benedetto tutto quello per cui dovremmo essere grati. Poi ho visto un tizio prendere una scala e intrufolarsi dentro a un appartamento. Passando per la finestra che aveva il vetro rotto. Un altro invece è entrato dentro quel cesso a cielo aperto che giuro mi ha fatto pena. Poi è venuto avanti un altro con un catino d’ acqua, indossava una maglietta a maniche corte e le ciabatte. Io avevo bomber felpa e maglione. Gli ho chiesto se avesse freddo. “Are you cold?”. “Oh no no… no…”, mi ha risposto ridendo. Gli ho chiesto a cosa servisse l’acqua. Mi ha risposto per lavarci. Poi un altro ci ha fatto salire. E ci ha accompagnato dove dormono. A terra era lercio. Sterco. Lerciume. Feci ovunque. Hanno una sala dove fanno da mangiare, a rischio incendio visto che ogni sera appiccano il fuoco, e per il fuoco poi devono tenere aperto tutto, altrimenti muoio intossicati. Poi ci ha fatto vedere la loro stanza da letto. L’hanno ricavata qui in mezzo, nella terra di nessuno, in mezzo a queste mura abbandonate. A terra materassi, vestiti sporchi, cuscini, succhi di frutta, qualcuno aveva anche un libro, una cartolina. Poco più in là uova rotte, marciume, ciabatte, contenitori vuoti, ammuffiti, mangiare andato a male, muffa, tubi, cucchiai, forchette. Un posto credetemi lugubre. Quando siamo usciti, ho visto un ragazzo. Si teneva la pancia. Come se stesse male. Non sapevo che fare. Non ti puoi nemmeno avvicinare.
Poi quando siamo scappati da quel posto, a cinque minuti di auto ci siamo fermati in un bar per bere qualcosa di caldo e andare in bagno. E proprio lì a cinque minuti, a cinque minuti da quel posto intriso di disperazione e angoscia, ci ho visto la gente che faceva gli aperitivi, che beveva, che mangiava, la gente addobbata come si addobbano le ghiande a festa. Immersi in un benessere di cui nemmeno ci rendiamo conto. Nessuno però dinanzi a questo schifo ha il coraggio di parlare. Di dire niente. Nessun politico. Nessun sindaco, nessuna istituzione. Quando c’era su la sinistra, i parlamentari dell’opposizione andavano in questi posti per far vedere come era gestita l’accoglienza in italia. E ora? Ora come è cazz* è gestita l’accoglienza in Italia?
#sbetti
📸 Manuel Lazzarin

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