Giovanni Fungo

Ancora ricordo quando atterrai quella sera sul suolo di Pristina. Erano le 21.45. Scesi dall’aereo e non c’era nessuno. D’un tratto sentii due voci parlare con un accento italiano, quello del Sud. Subito ne rimasi attratta. Mi sentii come rassicurata. Li raggiunsi. Cercai di capire da dove venivano le voci. Erano due militari di Napoli, che poi mi sarei ritrovata nella base dove alloggiavo. 

Chiesi loro se sapessero per diamine come diavolo si faceva ad attivare la rete kosovara del telefono. Avevo detto a mia madre che l’avrei avvisata, ma le avevo anche detto: “Se non senti aerei cadere, tranquilla che è andato tutto bene”. Ricordo quel giorno. Quando partii dall’aeroporto di Verona. La mano sulla spalla di mio padre che sembrava volermi dire: “Abbi cura di te”. 

Ad attendermi fuori dall’aeroporto a Pristina c’erano due militari. Uno era grassottello con gli occhiali. Una persona per bene. Chi glielo ha fatto fare pensavo a  sto giovanotto di venire qui a bruciare i giorni della sua età più bella. Salii su quel carro blindato con cui mi erano venuti a prendere. E da fuori vedevo le immagini di quella città che da piccola avevo sempre sognato di visitare, tanto che i miei mi dicevano che quando scoppiò la guerra sui Balcani, ero fissata. Ricordo ancora che i maestri delle scuole elementari andarono a chiamare mia madre perché preoccupati della mia preoccupazione per la guerra al di là dell’Adriatico. Un anno mi ricordo fecero la catena umana di mani lungo le sponde del mare, e io che ero in vacanza nelle Marche partecipai, convinta che i bambini al di là della sponda potessero vederci. Quando facevo il bagno al mare buttavo sempre l’occhio al di là dello scoglio. Di là mi dicevo, c’è la guerra. Quella che non guarda in faccia niente e nessuno e ti brucia la casa, ti ammazza i parenti, ti annienta l’anima. 

Quando arrivai in base Nato a Pristina, subito mi presero la valigia e me la portarono in camera. Poi mi portarono a cena. Dal Pi. Quello che cura le pubbliche relazioni. Ero tesa perché dovevo intervistare il Generale di Corpo d’Armata Giovanni FUNGO in carica, della Kfor, che il giorno dopo non poteva. 

E quindi l’intervista sarebbe avvenuta alle undici di sera. Prima però mangiammo. Un cuoco bravo, che sembrava uno di quei ciclisti che scendono dai monti, ancora con l’accento italiano, che preparava da mangiare e pure lo sapeva fare, mi aveva preparato pesce, verdure, purè di patate, pure un dolce. E il caffè. Poi arrivò il momento dell’intervista e mi accompagnarono nel container regale dove c’era il generale. Qui scorsi personaggi d’alto calibro, gente facoltosa, ci stava pure una donna con la gonna rosa e i tacchi blu ed era vestita tutta elegante. Attorno c’erano un sacco di piante. Era tutto lucido. Nitido. Perfetto. 

Mi fecero accomodare su un divanetto bianco e mi preparai per fare l’intervista. Il generale arrivò e mi scrutò da cima a fondo. I suoi occhi mi bucarono come il punteruolo buca il polistirolo del bimbo che si prepara a giocare con la carta dell’asilo. Si sedette dinanzi a me. Indossava la divisa e sotto quell’uniforme che pareva appena uscita dalla lavanderia, c’era un uomo che sotto sotto voleva anche essere simpatico. Cominciammo con le domande. Alcune concordate prima, perché in certi ambienti ci tengo a farvi sapere che le parole pesano più del piombo e non le puoi improvvisare e devi avere tempo di sceglierle con cura. 

Ma all’improvviso, come un topo in trappola, come un piccolo criceto quale mi sentivo, nonostante tutta quella strada, il registratore si scaricò. Lo guardai. In un attimo mi dissi: “Devi essere sincera. Sii naturale e trasparente e sarai apprezzata”. Lo guardi e gli dissi: “Mi si è scaricato il registratore”. Lui mi disse: “Cambi le batterie”. Ma le batterie erano dentro un contenitore. E il contenitore era dentro la valigia. E la valigia era dentro la camera. E la camera era dentro gli alloggi. E gli alloggi erano dall’altra parte. 

Lui mi scrutò. Ancora. E ancora. E quei suoi occhi che mi bucarono come il punteruolo del bambino, divennero spilli che mi trafissero. “Guardie! Andate nella stanza di questa ragazza e portate qui la sua valigia”. Chiamò gli ufficiali che andarono a prendere la valigia. E me la portarono nella sala regale. 

“É la sua prima missione”, mi chiese. 

“Sì”. 

“Si vede”, mi rispose. 

Questa è la mia intervista. Durò circa due ore. 

Le sue parole sono esattamente come lui me le ha dette. Ho cambiato solo qualcosina per questioni di forma. Ma il succo non cambia. 

Kfor è la forza militare Nato con l’obiettivo di ristabilire la pace. Ma questa missione è ancora attuale? 

Attualissima. Sono 19 anni che questa missione si sta sviluppando qui in Kosovo. Siamo passati da una situazione in cui agli inizi della missione c’erano 55 mila soldati della Nato schierati in Kosovo, a una in cui ce ne sono 4 mila, 4 mila e cento a seconda del periodo. Diciamo che a questa diminuzione progressiva è corrisposta una costruzione di strutture politico amministrative locali che hanno consentito di dare un certo livello di progresso ed evoluzione alla società”

Perché che società abbiamo oggi? 

“Oggi ci troviamo di fronte a una società piuttosto sofisticata, in cui ci sono un sistema mediatico sviluppato e una rete di amministrazioni locali che opportunamente guidati in questi anni, prima dall’ Onu e poi dall’ Ue, hanno consentito di portare questa regione a condizioni di vita paragonabili alle condizioni europee”. 

Sì ma quali sono gli obiettivi che ha questa missione e come sono cambiati?

“Gli obiettivi iniziali erano quelli di ristabilire un ambiente sicuro e garantire la libertà di movimento a tutti i cittadini del Kosovo, a prescindere da etnia e da religione. Ciò significa che la Kfor era direttamente responsabile per questi due aspetti. Con l’evoluzione della società kosovara si è assistito a una modifica dell’atteggiamento e delle responsabilità della Nato, in quanto i due compiti sono rimasti gli stessi, ma la Nato è diventata un elemento di supporto piuttosto che un responsabile primario”

Cioè? 

“Cioè ci troviamo in questo periodo di fronte a una struttura di sicurezza che è articolata su tre risponditori. Il primo è la polizia kosovara, un’entità di sicurezza locale; il secondo è la polizia dell’Unione Europea, la Iurex e il terzo è la Nato”. 

Sì ma non mi ha detto come sono cambiati concretamente gli obiettivi. 

“Ora l’intervento a supporto è un’attività di concorso, qualora dovesse succedere qualcosa di disastroso che riporta indietro il Kosovo ai primi anni della sua esistenza”. 

E quanta collaborazione c’è tra queste tre entità?

“C’è una collaborazione continua dal punto di vista operativo tattico, poi abbiamo una serie di ufficiali di collegamento che si scambiano informazioni in maniera continuativa e poi c’è una rete di procedure che viene applicata quando dal primo risponditore si debba passare al secondo ed eventualmente del terzo che è Kfor”. 

Lei è il 21 esimo comandante in carica, come ha trovato la situazione qui e come è cambiata rispetto al 1999?

“Io ero già qui nel 1999, la situazione è cambiata tantissimo, anche in termini di vita concreta. Oggi Pristina è una città illuminata e normale, nel ’99 c’era un coprifuoco dettato dal fatto che non c’era la corrente elettrica. Ma ora le condizioni di vita sono cambiate totalmente, è stato ricostruito il sistema scolastico, è stato ricostruito un sistema di strutture di sicurezza che fa capo alla polizia e alle forze di sicurezza del Kosovo. È stata ricostruita una rete di ospedali e dei sistemi di assistenza sociale che hanno ancora dei difetti di funzionamento ma che rispetto a prima hanno costituito dei vantaggi per la gente e la società”. 

Un posto perfetto insomma. 

“Non è un posto perfetto, c’è ancora bisogno di molto lavoro, è una zona strategica, perché è un crocevia per tutti i passaggi da est a ovest verso l’ Europa. La presenza di Kfor è ancora necessaria anche se adesso siamo in numeri ridotti, ma ancora oggi siamo una presenza che garantisce una certa deterrenza contro eventuali incidenti o fughe all’indietro che sono in contrasto con la necessaria sicurezza e tranquillità che deve essere mantenuta in questa regione particolare. 

Perché che tipo di traffici ci sono qui? 

Storicamente è una zona di passaggio, ci sono stati negli anni scorsi, nei Balcani occidentali, grossi flussi migratori, per cui si spingevano verso il Nord Europa. La presenza attiva della Alleanza Atlantica e delle Nazioni europee in generale, è fondamentale per garantire l’ Europa da sorprese o sconvolgimenti che potrebbero causare problemi anche in Europa, o anche in Italia che è vicinissima”. 

Scusi una curiosità che mi ribolle dentro. Ma come vengono eletti i comandanti in carica? 

“La Nato assegna a una Nazione il comando della missione, l’ Italia in questo momento è al quinto mandato consecutivo del comando. Si sono alternati quattro generali di divisione italiana. Nel passato c’era un’alternanza tra la Germania, la Francia e l’ Italia. Diciamo che circa una decina di comandanti su 21 sono stati italiani”. 

Sì ma come vengono scelti? 

“Vengono scelti sulla base delle caratteristiche personali, sulla base del trascorso – nel mio caso hanno scelto il più bravo – mi sorride – simpatico – si è già dimenticato del registratore scarico — io sono stato qui tre volte e il fatto che abbia delle esperienze pregresse nella specifica regione ha contribuito a farmi scegliere”. 

Quanti uomini e quante unità siete?

“Siamo scesi a circa 4000, 4100. Oscillano. Le unità sono 10 a livello reggimento battaglione, tutte multinazionali. Quindi vuol dire che qui c’è una nazione guida più altre nazioni che contribuiscono. Di queste dieci, 4 sono a comando italiano. Questa è una grossa soddisfazione perché è un riconoscimento da parte della Nato delle capacità operative e delle capacità di comando che vengono date alle forze armate italiane”. 

Quali assetti ipotizzabili in futuro per Kfor? Mica potrete rimanere sempre qui. 

“Attualmente noi ci troviamo a disporre di diverse tipologie di forze. Ci sono i Multinational Battle Group, ne visiterà uno domani, che sono dei reggimenti di fanteria leggera che garantiscono la deterrenza, sono lì sul posto pronti a intervenire se qualcosa va veramente tanto tanto storto. Poi abbiamo i Jrd, che sono costituiti da un numero variabile di Lmt, piccoli nuclei di soldati armati in maniera molto leggera, che vivono a contatto con la popolazione. La maggior parte di loro infatti non vive in caserma, ma nelle field house che sono delle case adattate alle esigenze di vita e di sostegno logistico di questi militari e questi vanno in giro, contattano il sindaco, il medico, la casalinga, per vedere e capire se l’evoluzione sociale del paese, della regione corrisponde alle aspettative della gente. Esercitano anche operazioni di feedback su di noi per capire se la situazione si sta evolvendo in maniera ordinata senza turbative e a volte esercitano anche attività di collegamento con le realtà amministrative locali per correggere determinati comportamenti che magari non sono completamente in linea con quelle che sono le esigenze della gente nei comuni e nei villaggi. 

E come sono le aspettative della gente? 

“Ogni anno viene condotto un sondaggio sulla fiducia nelle istituzioni kosovare. Ci sono delle società che lo fanno per conto delle istituzioni kosovare e la Kfor si piazza ogni anno prima o seconda tra le istituzioni di cui la gente si fida di più. Noi siamo anche sostenuti da una fitta attività di progetti Cimic, di cooperazione civile e militare. Ossia dove individuiamo un determinato problema a livello locale, mobilitiamo forze in patria. Ci sono varie nazioni che forniscono fondi, aiuti professionali, materiali che servono a un ospedale carente o una scuola carente. Miglioriamo le condizioni di vita della gente e la gente è estremamente soddisfatta di questo. Solo negli ultimi 60 giorni con dei fondi Nato siamo riusciti a finalizzare 52 progetti Cimic, su questi si inseriscono tutti i progetti nazionali che sono sicuramente più di 100, 120”. 

Ma ci saranno dei problemi. Ci sono? 

Il problema più grosso è lo sviluppo economico che chiaramente determina un tasso di disoccupazione molto elevato, soprattutto tra i giovani. Tra i giovani soprattutto sotto i 26 anni di età c’è un tasso di disoccupazione che rasenta il 60%, questo porta i giovani a voler migrare soprattutto verso il centro Europa, sono giovani con un livello di istruzione abbastanza elevato, provengono da una società in cui l’accesso a Internet è garantito al 98% della gente. In cui la gente legge; ci sono giornali, periodici, settimanali in numero abbastanza vario per consentire al cittadino di leggere e capire senza essere influenzato da una sola sorgente di informazione”. 

Ho letto che il Kosovo non sta messo bene nella graduatoria della libertà di stampa. Ci sono molti giornalisti minacciati. 

“L’informazione qui una è istituzionale e un’altra è libera (privata). Chiaramente ci sono dinamiche che corrispondono alle nostre, non dimentichiamo che essendo una regione frontiera ha sempre subito l’influsso da dieci anni a questa parte di Europa e Stati Uniti e quindi si sono adattati in maniera abbastanza rapida a quelle che sono le nostre caratteristiche soprattutto nell’ambiente mediatico”. 

Il problema del terrorismo islamico qui quanto è avvertito? 

“Qui dobbiamo parlare di radicalismo islamico. Negli anni scorsi il Kosovo è stata la regione che ha prodotto il più alto numero di foreign fighters pro capite, cioè paragonandolo al numero di gente che abita questo posto. Perché? Perché c’è una situazione a livello socio economico che portava ad avere delle condizioni di disagio che potevano essere compensate con delle elargizioni in denaro da parte di organizzazioni che avevano interesse a penetrare questa zona dal punto di vista religioso. Dobbiamo pensare che nel 1999, c’erano 200 moschee, ora ce ne sono 730. Non tutte presidiate da un imam, ma hanno determinato una presenza fisica visibile del tentativo di cambiare le tradizioni di questa popolazione che è sempre stata a maggioranza islamica ma che ha sempre avuto un approccio molto moderato all’islamismo. Per cui c’è questo tentativo, è una questione di statistica, se uno esercita questa pressione su migliaia di persone riuscirà a tirare via quei dieci, quindici, venti elementi che saranno estremamente convinti di quello che hanno sentito e che probabilmente sono soggetti ad essere influenzati in maniera semplice e ad andare a fare i foreign fighters in Siria o in Iraq. 

Ci sono già cellule radicate qui? 

“Cellule no, qui questa presenza di radicalizzazione determina una presenza indiretta non tanto del terrorismo quanto una capacità di reclutamento e sostegno logistico che va a favore delle capacità operative che l’ Isis aveva in Siria o in Iraq. Non parliamo tanto di terrorismo quanto di reclutamento e radicalizzazione che sono la base poi del terrorismo. I quattro veneziani per dire venivano da questa parte qua. 

E scontri fra etnie ce ne sono?

“Nel 98, 99 la guerra è stata una guerra interetnica, tra le due principali etnie: quella serba e kosovara. C’è adesso una minoranza serba che è circa il 10% della popolazione, articolata in due diverse tipologie: a nord ci sono 4 municipalità di kosovari serbi, sono 4 municipalità monoliticamente kosovaro serbe; a sud al di la del fiume Ibar ci sono una serie di enclave più o meno numerose che sono disperse su tutto il territorio”. 

Quale il collante di queste comunità? 

“Una serie di chiese ortodosse che sono qui in Kosovo da secoli, ma più di conflitti tra etnie, parliamo di animosità verbale che emerge ogni tanto quando c’è uno scontro di interessi a livello locale”. 

Interessi di che tipo? 

“Se c’è la casa che è stata liberata nel 1999 e non si sa dal regolamento catastale di chi sia, magari c’è un serbo o un kosovaro albanese che ne reclamano la proprietà e non sempre questi conflitti vengono risolti in maniera urbana”

Come sono i rapporti con la Serbia dal 2008? 

“La Serbia considera ancora il Kosovo come una sua provincia, esiste un dialogo che è pilotato dall’ Ue, un dialogo tra Pristina e Belgrado in cui il rappresentante per l’ Ue, la Mogherini è riuscita a far sedere attorno a un tavolo il presidente della Serbia e il presidente del Kosovo e hanno ricominciato un timido riavvicinamento. Una serie di colloqui e di contatti che dovrebbe portare a una normalizzazione dei rapporti tra le due entità. Parliamo di tempi ancora abbastanza lunghi nel tempo, non è una cosa che si risolverà in tre, quattro anni”. 

Altri problemi? Criminalità, droga, prostituzione? 

“La prostituzione non è evidente, ci sono dei commerci di droga, ci sono delle attività criminali che vengono contrastate dalla Kosovo Police, dalla polizia kosovara che è una struttura di sicurezza ben organizzata, sufficiente per numero di addetti e che comprende una certa aliquota di poliziotti provenienti dalle minoranze che costituiscono questo paese, per cui kosovari serbi, kosovari albanesi, rom, bosniaci e che per quel che vediamo noi giornalmente, questa polizia opera con una certa efficacia e riesce ad avere il controllo della situazione. Chiaramente è una zona di passaggio, una zona in cui trafficare è facile e quindi nonostante gli sforzi c’è una attività criminale che usa questo posto per far transitare droga”. 

E l’immigrazione clandestina? 

“Non c’è tanto transito di immigrazione clandestina in quanto non è un paese facilmente attraversabile dagli immigrati via terra e c’è anche un certo traffico di riciclaggio del denaro. 

Quindi rimarrete qui per sempre? 

“La progressione e l’evoluzione della missione non è dettata da termini temporali, ma da condizioni raggiunte. Ci sono una serie di situazioni da conseguire e una volta conseguite, si dicono i cosiddetti benchmark che vengono conseguiti, analizzati e nel momento in cui vengono conseguiti e analizzati si rivede lo schieramento di Kfor. Per i prossimi anni a venire resteremo sugli attuali livelli di forza”. 

Va bene grazie. 

“Grazie a lei”

Serenella Bettin

Pristina, 21 settembre 2017