“Scusi qui fate un tampone?”.
Arrivo a Genova che è quasi sera e sono alla disperata ricerca di un tampone. Io vaccinata prima dose, il Green Pass mi è arrivato l’altra notte.
Percorro vicoli stretti, strettissimi, qui a Genova li chiamano i “caruggi”.
Una strada. Un vicolo. Un porticato. Quelle stradine che si inerpicano su per la città circondate da case altissime. Se non fosse per il buio che sta scendendo e se non fosse che ho un disperato bisogno di fare un tampone farei volentieri un giro prima di cena.
Passo accanto a raduni nutriti di extracomunitari che mi guardano come fossi un’ aliena.
Quello che sto attraversando sembra il quartiere Arcella. Il Muro di Via Anelli a Padova issato dalla sinistra. L’unico sindaco rosso ad alzare i muri.
Anzi Arcella in confronto pare Montecarlo. Non mi faccio intimidire e continuo a camminare. Arrivo in una farmacia che sembra tanto quella dove i drogati vanno a comprarsi le siringhe.
Il farmacista è uno che somiglia al topo delle Tartarugue Ninja. Il Maestro Splinter. C’ha gli occhietti piccoli piccoli che sembrano semi di cumino. E gli occhialini come quelli del topo che gli inforcano il naso.
Mi sbuca da dietro il laboratorio e non ha nemmeno il camice bianco. Indossa una polo colore prugna. Ma sul taschino ha il simbolo dell’Ordine dei Farmacisti.
“No qui non facciamo tamponi signora, deve andare più avanti”.
Gli chiedo quanto avanti devo andare e mi dice avanti tanto: “vede, scende lungo questa strada, imbocca la seconda stradina e poi arriva giù e chiede ma le conviene farsi accompagnare”. Esco dalla farmacia e mi guardo attorno. Il sole sta scendendo. La parte di quella città è un intreccio di strade sopraelevate, auto parcheggiate sotto i cavalcavia, boschetti che sbucano ovunque, tunnel ricavati sotto le tubature, immigrati clandestini che siedono per terra e me sola con me stessa.
Provo ad andare lungo la stradina. Ma oramai è tardi. Sono le 7 e 59 di sera. E la farmacia chiude alle otto. Tiro un sospiro di sollievo e torno in hotel. Non mi è mai piaciuta tanto Genova anche se architettonicamente parlando la stra adoro. Non c’è una città così superba. Forse Torino. Ma più austera. Genova invece è variopinta, allegra, il nuovo che incontra il vecchio, il vecchio che incontra il nuovo. Genova c’ha le ferramente incastonate nei palazzi del Seicento. Le finestre di ville residenziali che si aprono sopra i fruttivendoli. C’ha le lavanderie in dimore lussuose.
Genova è una continua scoperta di chiese. Campanili che spuntano ovunque. Case tinta pastello incastonate le une con le altre che si ergono sopra possenti ammassi di terra. Scalinate in salita, in discesa.
La vedi Genova quando arrivi. Grattacieli che grattano il cielo che svettano verso l’alto. Il mare che luccica sul porto. Di giorno di un colore pazzesco che ti chiedi davvero se questo sia il mondo. Promontori scoscesi che guardano il basso. Fontane che riempiono le piazze. Traffico imponente. Claustrofobico. Allucinante. Tassisti incazzati che sbraitano contro il caos. Se ci passi attorno ti sembra una città racchiusa su se stessa. Una conchiglia. Se ci entri dentro, tutto intorno ci stanno mura palazzi ville parchi case. “Città d’arme e di commerci”, le sue bellezze artistiche stanno tutte dentro ai palazzi nobiliari detti rolli e nei molti musei cittadini. Poi.
Poi si fa tardi. Non ho ancora il Green Pass perché il sistema non l’ha ancora generato e mi tocca mangiare in albergo.
Torno in camera. Mi faccio una camomilla.
E litigo col bollitore.
Ma questa è un’altra storia.

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