
Oggi per me sono 5 anni di Giornale. 13 febbraio 2016. Il 13 mi ha sempre portato fortuna.
Sono arrivata come collaboratrice al Giornale con il timore e la paura di una bambina. Io così piccola, approdata con la zattera nel panorama di un mare nazionale, io così piccola mi dicevo per un quotidiano come il Giornale.
Mi ricordo che agli inizi, la mattina, quando dovevo fare le proposte avevo sempre paura a cliccare quel tasto, a inviare quel messaggio, a scrivere qualcosa che non sapevo se potesse andare bene. Se no. Ero insicura. Non sapevo. Non mi ero mai interfacciata in un contesto e in un mare così grande. Non sapevo nemmeno quali proposte fare. O meglio non sapevo se avessi avuto la capacità di cogliere delle proposte adatte per uno scenario nazionale. Letto da tutti. Da nord a sud. Da sud a nord. Est. Ovest. Centro.
Ma mi buttai. Mi ci tuffai.
Mi ci tuffai come ci si butta a mare quando non vuoi sentire l’acqua fredda che ti sbatte addosso. Che ti invade il corpo. Prima un piede. Poi l’altro. Poi il polpaccio. Poi un altro passetto. Poi mi volto. Sempre per tenere a bada la riva. La spiaggia. Il porto sicuro. Poi l’altra gamba. Poi trattengo il respiro. Poi la pancia. Poi la pancia che si fredda. Poi la confidenza con l’acqua. Poi l’acqua che sale. Sempre più su. I tuoi piedi ben piantati sulla sabbia. L’acqua che sa di sale. L’acqua che sa di mare. Poi le spalle. Poi il collo. Poi la sigaretta che finisce dentro il costume e io che lentamente mi lascio andare.
La spinta a buttarmi e a dire ok ce la posso fare, me la diede un ragazzo nel treno che va da Milano a Venezia, da Venezia a Milano. Quando ancora i treni c’erano. Mica come adesso in pandemia che per andare a Milano ce ne sta uno all’alba. E per tornare ce ne sta uno la sera. No. Galeotto fu quel treno. Galeotto fu quel ragazzo.
Ricordo che ero seduta accanto a questo gruppetto di ragazzi. E lui iniziò a raccontare che aveva conosciuto la nipote di Pessoa. Io lo lasciai parlare. Ascoltai tutto. Andò avanti un’ora. Poi quando dovetti scendere, gli dissi con la sfacciataggine di un’ eterna adolescente, sempre ribelle : “senti scusami, ho ascoltato tutto. Ma tu di questa nipote potresti darmi il contatto?”.
Lì, in quell’esatto istante capii che anche per me sarebbero arrivate le notizie. Che anche per me sarebbero arrivate le opportunità per scrivere. Che le storie se le cerchi, molte volte ti cadono addosso. Che le storie le puoi trovare pure su un treno. In aereo. La mattina al bar mentre bevi il caffè e non hai voglia di parlare.
Ecco da lì. Da lì Quei giorni è partita questa bellissima esperienza. Che prosegue tutt’oggi.
In questi cinque anni ho conosciuto colleghi fantastici. Umani. Professionali. Travolgenti. Spontanei. Sempre pronti. Che in ogni singola virgola mettono il fuoco della passione e l’anima dell’amore. In questi cinque anni ho riso. Ho pianto. Ho scritto. Ho riscritto. Ho studiato. Ho letto. Mi sono documentata. Mi sono informata. Appunti. Nottate. Speranze. Confronti. Libri. Interviste. In questi cinque anni ho conosciuto persone ammirevoli. Intervistato persone illustri. Toccato luoghi per me impensabili. Kosovo. Bosnia. Serbia. Bosnia Erzegovina. Toccato argomenti che mai nella mia vita avrei pensato di tastare. Palpare. Annusare. In questi cinque anni sono entrate dentro le storie. Le ho fatte mie. Sono stata male. Le ho vomitate. Le ho scritte. Le ho impresse nella memoria del cuore e della mente. Ho sentito i telefoni suonare. Le mail arrivare. Le notifiche su whatsapp. I giornali la mattina. Il caffè sopra le pagine. Le sigarette consumate una a una quando devi scandire il tempo e sei già in ritardo. In cinque anni mi sono ritrovata a partecipare alla Festa dei Lettori del Giornale così, da un momento all’altro, quando stavo sistemando un giorno l’armadio e mi dissero che lì dovevo andare. C’era il direttore. Tajani. C’erano persone che avevo visto solo in televisione. E poi la Val Comino. Il Festival delle Storie. Quella serate passate a riempirsi di cultura bellezza letture parole storie. Quelle giornate passate in compagnia di colleghi. Amici. Persone semplici.
Cinque anni in cui davvero devo soltanto essere grata e ringraziare chi mi ha fatto crescere.
Perché quando trovi queste persone non devi fartele scappare.
Cinque anni e mille di altri questi.
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