Il mondo fa sempre gli stessi errori

#Storie2020. Credo che il mondo faccia sempre gli stessi errori. Allora questa sera sono rientrata a casa. Ho acceso la televisione e su Rete 4 ci stava il Viaggio di Fanny, la storia di un’adolescente ebrea che cerca di scappare dai rastrellamenti nazisti, assieme alle sorelle e ad altri bambini.

Se ne devono andare dalla Francia occupata verso la Svizzera.

Insomma accendo la televisione, il film era già iniziato e dopo un po’ ci sta una scena dove un signore dà indicazione ai bambini per scappare. Per fuggire. Per salvarsi. “Colpevoli” solo di essere ebrei.

Allora il signore dice loro: “fate attenzione, scendete giù verso valle, poi girate a destra, poi passate di qua, poi fate attenzione al filo spinato, che è tutto intorno”. Già. Il filo spinato. Allora guardavo questa scena e mi sono venuti i brividi perché mi chiedo come nel corso della storia tutto ciò sia potuto accadere. Come sia possibile anche solo minimamente paragonare queste scene a quelle di oggi.

Poi alla fine del film ci stava quella colonna sonora di Prendimi l’Anima che mi ha fatto trasalire. Tumbalalaika. L’asilo bianco. Sabina Špil’rejn. Era lei la psicanalista russa che nel 1904 si diplomò a pieni voti, ma che poi per una grave forma di isteria venne internata nell’ospedale psichiatrico di Burghölzli di Zurigo. Qui ci lavorava Jung. E fu lei ad avere una relazione con lui. A provarci. A godere di tutta la passione.

Una delle prime donne a svolgere questa professione. Ma nell’agosto 1942 venne ammazzata. I nazisti la massacrarono assieme ad altri 27 mila ebrei e prigionieri di guerra russi.

E allora dicevo che la storia fa sempre gli stessi errori. Perché l’altro giorno sono andata a una mostra e sono rimasta sconvolta nel vedere la deportazione dei giapponesi. Sì. Ho anche provato a chiedere in giro, per vedere se qualcuno lo sapeva. Ma molti. Molti mica lo sanno. A scuola ti insegnano quel cazzo che ti vogliono insegnare. Quello che fa loro comodo. Perché non è bene parlare di alcune cose. Tipo. Perché diamine non ci avete mai parlato di foibe! Perché. Perché siete così codardi da averci insegnato solo la storia a metà. Perché ci avete privato del nostro diritto di conoscerla tutta.

I giapponesi vennero presi e deportati nel corso della Seconda Guerra Mondiale tra il 1941 e il 1944. Il presidente Delano Roosevelt aveva autorizzato l’internamento con l’Ordine Esecutivo 9066 il 19 febbraio 1942.

Dalla mostra si vedono perfettamente alcune scene. “Aprile 1942. San Francisco. Ordine di esclusione civile numero 5 titolavano i giornali: tutte le persone di origine giapponese devono essere deportate in campi di detenzione”. Dicono sia stata una risposta all’attaco giapponese di Pearl Harbor.

O le foibe per esempio. Perché mai non ci avete mai parlato di foibe. Perché mai ci avete sempre e solo insegnato quel cazzo che avete voluto, nascondendoci la storia dei nostri connazionali infoibati. Li legavano col fil di ferro uno a uno e insieme, ancora vivi, li buttavano giù nelle foibe. Erano i titini. I partigiani di Tito. Era il 1942. Ed erano italiani. Istriani. Dalmati. Fiumani.

Ma solo quindici anni fa, nel 2005, gli italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il “Giorno del Ricordo”, in memoria dei quasi ventimila profughi torturati, assassinati e gettati nelle foibe. Solo nel 2005. Cioè ci vollero oltre cinquant’anni per arrivare a parlare di un pezzo di storia.

Inaccettabile. Insanabile.

Perché poi.

Poi due anni fa intervistai Gaetano Samuel Artale Von Belskoj Levy. L’unico superstite della sua famiglia dai campi di sterminio nazisti. E mi sono dovuta sedere perché mi sentii male.

Lui venne deportato nel campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau il 13 aprile 1944.

Aveva otto anni. Ora di anni ne ha quasi 80. Quando mi fece vedere quelle immagini, quel timbro sulla pelle, quelle foto di quelle persone ridotte brandelli, brandelli di carne sorrette dalle ossa, dove se ci affondavi il dito uscivi dall’altra parte, ecco mi sentii male. Dovetti uscire, fumarmi una sigaretta, rientrare e sedermi.

Ma di questo vi racconto domani.

#sbetti

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