Risorge dalle sue ceneri

I vostri culi e le vostre tette non valgono nemmeno un millesimo di questo capolavoro dell’arte risorto dalle ceneri della morte.

Oggi sono entrata dentro al Teatro La Fenice. E quando ci sono entrata ho avvertito un tremolio alle gambe. Lì mi sono chiesta: “chissà se la sindrome di Stendhal esiste”.

Sì esiste. Ogni volta che entro in un teatro, sarà perché ballavo e la prima volta che ho messo piede in un palco avevo cinque anni; ecco dicevo ogni volta che entro in un teatro mi vengono le vertigini. Non so spiegare perchè. Non so spiegare come. Fatto sta che mi vengono le vertigini e sembra che le gambe stiano per cedere. Oggi però oltre alle vertigini, ho avuto il senso dello stupore. Oltre a uno zittimento generale. Perché dinanzi all’immensità della Fenice è impossibile parlare. Non lo so. Non lo so a cosa lo potrei paragonare.

Forse credo di aver fatto la stessa espressione di quando per la prima volta vidi la Torre Eiffel di notte. Bella. Bellissima. Svetta così in alto che nemmeno te ne accorgi.

La stessa espressione però moltiplicata all’ennesima potenza. Perché la Fenice. La Fenice è davvero bella. Immensa. Quasi non si direbbe nemmeno fosse opera dell’uomo. Ma dell’eterno. Di qualcosa di soprannaturale. Ancora si sente quel leggero odore di bruciato. Io almeno lo sentivo. Non lo so. Suggestione. Stendhal. Chiamatela come volete. Ma io l’ho sentito. Il tetto, che sembra una cupola, ma è completamente piano, nel 1996 andò giù come distrutto da un violento terremoto, e dopo sette anni è stato completamente ricostruito. Risorto. Così com’era. Così com’era ancora quando nacque nel 1792, con lo stesso nome. Nomen Omen. La Fenice infatti è risorta dalle sue stesse ceneri. Dal suo stesso cadavere. Per ben due volte. La prima un incendio. Un incidente.

Era il 1836. Chi lo ha raccontato.

Chi ne ha tramandato la storia, racconta che la Fenice bruciò per tre giorni e per tre notti.

La seconda. Nel 1996.

Un incendio doloso. Maledetti. Le fiamme divamparono velocemente e venne giù tutto. I pompieri non riuscivano ad arrivare perché tutto intorno erano fiamme. Fiamme. Soltanto fiamme.

Poi. Poi è stata ricostruita dalle sue stesse fondamenta. E com’era allora. È oggi.

Gli angioletti se stanno su in cima coperti d’oro, con quei merletti e quelle foglie dorate. L’orologio rivolto verso il basso, segna l’ora legale. E se guardi più in cima ci sta quel simbolo. Il simbolo della Fenice. Forte. Vigorosa. Cattiva. Scultorea.

Alla fine poi mi sono avvicinata al palco. E sembrava come sospeso nel vuoto. Come una specie di ponte che lo collega al mondo.

Perché per andare a teatro bisogna fondersi col palco. Fare silenzio. Lasciarsi andare.

Ed entrare in un’altra dimensione.

#sbetti

E ringrazio Fausto Pivetta per questa immensa giornata.

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