Venezia come una puttana

Dal diario di Facebook del 25 maggio 2018

Allora guardoni di Facebook di tutto il pianeta. Allora. Mi avevate criticato in tutte le salse, in tutte le lingue, in lungo e in largo, quando mi ero permessa di dire che chi piscia, sì cari, chi letteralmente piscia, sopra le gondole di #PiazzaSanMarco, in mezzo al #CanalGrande, è un incivile. Un barbaro. Un cafone. Anzi qualcuno mi aveva pure detto che “sì”, che “si fa così” perché “se a #Venezia non trovi un bar per fare pipì la puoi anche fare lì”, sì insomma lì, in mezzo a dove capita, pure in mezzo alla testa di qualche statua che spunta da un palazzo dell’Ottocento.

Anzi “vorrei vedere te se ti scappa”, mi aveva detto qualcuno. E il caso riguardava quella turista ripresa a far pipì in mezzo a una gondola, tale per cui “Venezia non è un cesso”.

Così come ero stata attaccata quando avevo detto che Venezia dai turisti e pure dagli italiani è trattata come una puttana, che ci pisciano, ci mangiano, ci bevono, ci dormono, ci fanno a pugni, a cazzotti e poi non tirano nemmeno l’acqua.

O come ero stata attaccata quando dissi che #Firenze, Firenze era stata trattata come una puttana, sì quel giorno quando i migranti spaccarono le fioriere, le panchine, scaraventarono gli scooter. Qui addirittura mi si diede della razzista. Quando mi ero limitata a riportare i fatti. Ma basta pronunciarla la

parola migranti, che subito ti additano.

Poi razzista. Io. Che ho amici ovunque. Che uno dei miei migliori amici è ghanese.

Allora vedete oggi, quando ero a Palazzo #FerroFini, nella sede del Consiglio regionale del #Veneto, dove sono stata invitata per raccontare la mia assurda storia, davanti la sede di quel palazzo, accendendomi una sigaretta, mi sono voltata, dalla parte di dove non tirasse il vento, e cercando l’accendino ho alzato gli occhi al cielo e ho visto questo spettacolo. Davanti a me la Basilica della #MadonnadellaSalute, che accarezza il cielo e fa l’amore con l’acqua.

E davanti a me questi gerani, così belli, così colorati, con i colori dello smalto di noi donne appena laccato. E poi davanti a me queste briccole così colorate, così lucide, così dipinte con i colori dell’arancio, dell’argento e del blu. Quello oltre mare.

E davanti a me quella cupola, e quella basilica, con i suoi merletti e i suoi capitelli, con i suoi marmi scultorei e le sue colonne. Con la sua possenza e la sua forza. Con la sua Salute.

E davanti a me quel veloce fruscio di barche e quel lento ondeggio di gondole che va su e giù, su e giù, su e giù. Senza fermarsi mai. Se non per accostare. Se non per lasciar passare. Così come davanti a me quella brezza nell’aria e quel volteggiare di gabbiani.

Allora con questo spettacolo della natura davanti a me, dentro di me mi sono chiesta come una persona potesse arrivare mai, a pisciare, calandosi le braghe, in mezzo al Canal Grande, in bilico su una gondola.

Come. Così come mi sono chiesta come fanno i turisti a Venezia a fare di tutto. A non capire che Venezia è così fragile e bella che sembra di cristallo.

Vetri incastonati tra gli infissi di una basilica. Mosaici sulle pareti di palazzi ottocenteschi. Tessere dorate appese al muro dove sbatte l’acqua. Finestre agghindate con i fiori della primavera. Colonne che svettano come titani marcite dal continuo sbattere delle onde del mare. Statue. Dipinti. Affreschi. Cupole. Campane. Campanili. Mattonelle incastrate alla perfezione. Gondole. Angoli. Scorci. Scale. Negozi. Botteghe. Calle, callette, canali e pure i ponti. Già i ponti.

Allora non ho capito come si fa a trattare Venezia come una puttana.

Perché vedete in questa città così fragile e bella, ci fanno veramente di tutto.

Un parco acquatico, più che una città d’arte. Senza nemmeno pagare il biglietto.

I soli biglietti che pagano sono quelli dei taxi. Degli autobus, dei treni, degli aerei e dei vaporetti. E molte volte nemmeno quelli. Nemmeno questi.

La gente bivacca sui gradini di piazza San Marco, così come a fare picnic in aperta campagna il giorno dopo Pasqua.

La gente dorme sopra i gradini di Palazzo Ducale e getta le coppette del gelato davanti le vetrine di quelle poche botteghe artigianali rimaste, dove una maschera costa quattrocento euro.

Gente che con le mani impiastricciate di gelato si posa sulle vetrine appena lucidate dai cinesi. E gente che si tuffa dai ponti, perfino di Rialto, o che va a surf tra i vaporetti, come era successo con il giapponese gettatosi dal Ponte degli Scalzi.

Insomma di tutto. Per non parlare di quelli che pisciano in mezzo alle gondole. Di quelli che gettano rifiuti in laguna e di quelli che, guarda caso, fanno sesso accanto ai battelli e se vengono ripresi con il telefonino da qualcuno, pure ti salutano e continuano.

Così, come se Venezia fosse uno sfogatoio libero. Come fosse il museo del sesso. Della cafoneria. E della mancanza di eleganza.

Allora sì. Allora Venezia è trattata come una puttana. E voi, noi… non abbiamo capito un cazzo.

#avantisbetti #nottesbetti

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