Oggi mi è successa una cosa. Allora me ne stavo tutta indaffarata e impicciata. Avevo tremila cose da fare. Uno che ti chiama da una parte, uno che ti chiama dall’altra. Uno: “Serenella fai tu vero?”, un altro “Serenella ho un problema”, un altro ancora “Serenella scusa come si fa qua?”, “Serenella ti sei ricordata?”, ecco e allora era una richiesta dietro l’altra quando ho deciso di mandare in culo tutti per mezz’ora e di andare a prendere un caffè. Bisogna fare così. Quando le richieste diventano insistenti e sono tante. Devi fregartene. Lasciarle defluire sul corpo come l’acqua che defluisce sulla parete e fare finta che non esistano. Che non succedono. Che non accadono. Che non intaccano minimamente la tua sanità mentale. Sì insomma devi pensare che le ore sono quelle e che tutto andrà liscio. E allora dicevo ho preso, ho staccato e sono andata mezz’ora da sola a bermi un bel caffè. Non vi dico la goduria. E allora entro, mi avvicino al bancone, ordino, il caffè arriva, quando sto per sorseggiare e sento una voce dietro di me. Una voce di un uomo che scherza con una donna. Allora mi giro e dietro di me ci sta un vecchietto. Quatto quatto sta seduto su una sedia con le spalle ricurve, il cappotto e ancora indossa il berretto. C’ha un capotto uno di quelli verdi militare, e sotto il cappotto c’ha una stoffa a quadri. In testa invece c’ha un cappello, accanto a lui sta un bastone e se ne sta lì a sorseggiare un aperitivo con tanto di patatine. Le dita sottili lunghe mangiucchiate dal tempo e affusolate stanno sopra la tavola in attesa di qualcosa. Gli occhi ancora vispi lucidi e arzilli sono di un azzurrino o forse verde chiaro. Sembra il tizio di Baglioni che accanto c’aveva il bimbo che “si tuffa dentro a un bignè”. Ecco questo sembra quello “Seduto con le mani in mano, Sopra una panchina fredda del metrò, Sei lì che aspetti quello delle 7:30, Chiuso dentro il tuo paletot”. E allora dicevo dietro di me ci sta sto tizio che vedo che scherza con una signora che sta al banco. Una donna che c’avrà più o meno la sua età. Lui le dice: “guarda che ti vedo”, e lei sorride. Insomma uno dei primi innamoramenti riportato in epoca matura quando ormai l’amore è già stato rubato, si è già donato, ha già sofferto, si è strappato, l’hanno mangiucchiato, l’hanno strappato. L’hanno stracciato. Ne hanno fatto quello che hanno voluto, l’hanno mangiato e l’hanno sputato. A terra. Come si sputano i vermi. E allora lui le dice: “alla mia età dovrò avere pur qualcosa no?”. E poi. Poi la tipa se ne va. Il vecchietto si alza e viene verso il bancone. La barista lo guarda e lui le dice: “sono sempre qua, ma ho tanto tempo”. E poi continua: “pensare che da giovane non avevo mai tempo, mai, mi svegliavo alle quattro del mattino per lavorare e andavo a letto la sera subito dopo il lavoro, tempo per divertirmi mai avuto”. Poi. Poi mi guarda. E mi dice: “non è vero forse? Cosa ne dice lei giovane?”. E così lo guardo. Gli sorrido. E penso. E allora penso che è proprio strana la vita. Sì. È proprio strana se da giovane non hai tempo, e da vecchio ne hai tantissimo quando non hai più tempo, che è proprio strana. Cioè mi sono detta: tu guarda questo poverello, ha passato una vita a non aver tempo, a lavorare tanto per ritrovarsi ora ad avere troppo tempo. E così. Così poi lui se n’è andato. Avvolto nel paletot ha imboccato la via d’uscita e ha salutato tutti. E allora lì mi sono detta: al diavolo gli impegni, ogni tanto riprendiamoci questo cazzo di tempo.

Se ci sono errori perdonatemi. Ho scritto di getto. Non rileggo. E vado a letto.

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