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La data del 16 novembre la ricorderemo tutti. La inseriremo nei libri di storia, ne faremo materia d’esame, la spiegheremo ai nostri bambini.
Ai nostri figli diremo che un giorno, il 13 novembre 2015, tanti giovani ragazzi erano andati a sentire un po’ di musica, così come si fa in un normale venerdì sera in un quartiere del centro; racconteremo loro che altri giovani, vestiti di nero, bardati fin sopra i capelli sono entrati, che erano armati e che a sangue freddo senza dire una parola, con la musica in sottofondo, hanno cominciato a sparare, a freddare uno a uno giovani ragazzi, musicisti, giornalisti, avvocati, fotografi, artisti.
Li hanno freddati, scavalcati, lasciandoli lì, formando un lago di sangue che fuoriusciva dal teatro come la lava fuoriesce da un vulcano.
Li hanno ammazzati, fatti fuori perché una sera quelle persone anziché decidere di andarsi a divertire da un’altra parte, sono capitate nel posto sbagliato.
Ma qualunque luogo per uno strazio del genere è sbagliato. Qualunque.
Allora i nostri figli ci chiederanno perché, le classiche domande a cui in genere gli adulti rispondono con un perché si o perché no. Ma qui.
Qui non ci si può limitare a un perché si o perché no.
Allora spiegheremo loro che ci sono delle bestie che hanno fondato un loro Stato e che vogliono espandersi.
Diremo loro che questo stato si chiama Isis che è un movimento politico e militare, spietatamente organizzato che non teme niente e nessuno e raschia via tutto e tutti.
Diremo loro che quel giorno degli attentati a Parigi cambiarono molte cose e che due giorni dopo, un presidente incravattato si è presentato in una delle più belle regge del mondo e ha esordito dicendo “Signori la Francia è in guerra”. Una decisone ancestrale come a ribadire che se tu mi attacchi io rispondo. Che io sono più forte di te. Perché questa è la guerra dei potenti e a danzare sono anche i poveri.
E ai nostri figli che magari un giorno sposeranno un musulmano diremo che la guerra è ingiusta ma che qualcuno l’ha combattuta. Così come quando l’hanno insegnato a noi, quando alle elementari ci facevano vedere le immagini dei libri di storia con le prime pagine dei giornali. E noi pensavamo fosse una cosa passata, antica, antiquata ormai lontana. Pensavamo anche fosse ingiusta. Perché titoloni come quello di oggi “La Francia è in guerra” non si vedevano da tempo.
Ma noi diremo ai nostri figli che quel 16 novembre tutta l’umanità era unita davanti le tv, con i pugni stretti, le mani tra i capelli, gli occhi socchiusi, inginocchiati e inchiodati davanti a qualcuno che decideva per loro.
Un po’ come in “La piccola ribelle” con Sherley Temple in cui c’è lei, piccolina dai riccioli d’oro, che aiuta in casa a mettere via le provviste per l’inverno perché hanno sentito alla radio che sta arrivando la guerra.
Quanti oggi si saranno sentiti Sherley Temple. Noi l’abbiamo visto in tv, l’abbiamo letto sui giornali, l’abbiamo twittato e postato nei social.
E chissà forse qualche bimbo il vaso di noccioline l’ha già riempito.

#Sbett

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