Il tribunale del bar dei social al terzo grappino è partito. E quando parte non lo puoi più fermare. A San Stino di Livenza, provincia di Venezia, un ragazzo di 17 anni ha ammazzato la zia a colpi di coltellate. Ne ho scritto lunedì su Libero.

Poi ha caricato il corpo su una carriola. Ha percorso un chilometro quasi in giro per il paese con quel corpo avvolto da un telo nero e poi l’ha gettato nel canale. Ovviamente una cosa così sconvolge l’intero paese. Ma nei social è partito il tribunale di chi sa sempre tutto senza dover chiedere né ascoltare niente. Un caso del genere oltre a essere un vero e proprio dramma per le famiglie coinvolte, è complicato sia per gli investigatori, che per i giornalisti che devono esporre i fatti e raccontarli. Chi ha dato la colpa alla famiglia. Chi alla scuola. Chi ai social. Chi a questa nuova società in cui viviamo perché “dove andremo a finire”. Chi ha detto che è colpa dell’educazione. E chi “ora basta un no e vanno via di testa”. Vero.
Ma detta così è un po’ sempliciotta non vi pare? Soprattutto non conoscendo nulla della vicenda. E non sapendo minimamente un tubo di questa famiglia.
Quelli che danno la colpa ai social poi sono gli stessi che i social li usano per dirti che è colpa dei social. Avete notato? Era successo anche con Crans Montana, dove quei poveri ragazzi oltre ad avere vissuto la morte, si ritrovarono anche derisi da invertebrati che fruivano dei contenuti su internet, guardavano gli ultimi video usciti, e poi commentavano che i ragazzi anziché pensare a riprendere, avrebbero dovuto salvarsi. Se non ci fossero stati quei video, forse la verità non l’avremmo mai saputa. Siamo tutti allenatori ai mondiali. Dove lì però il mondiale era quello dell’orrore.
Viviamo in un tempo di bulimia digitale dove un contenuto non basta più che passiamo a quello successivo.
La gente crede che siano i social ad aver rovinato i ragazzi. Adulti che credono che con i social siamo diventati depressi. Quando in realtà è il contrario. Ed è perché siamo depressi che usiamo i social.
Ma soprattutto in questo caso i social non ho capito cosa c’entrino. Qualcuno ha tirato in ballo la scuola. La società in cui viviamo. Il ragazzo aveva assistito probabilmente – come ho saputo – più volte a diverbi scoppiati in casa per questioni ereditarie. Non c’entra la scuola. Non c’entra il Patron del tribunale dei mi piace dispensati sotto alle bombe. In questa storia forse c’entra solo il Dio denaro. Il Dio quattrini. I soldi del resto dividono. E le famiglie si spaccano. C’è una brutalità immensa nell’ammazzare qualcuno e gettare il corpo in un canale. C’è l’inconsapevolezza del dono della vita. C’è la convinzione di poter decidere chi rimane su questa terra. E di porre fine alla vita di una persona e trasportarla come fosse un sacco pensando forse di non essere mai scoperto.
E c’è un baratro dentro, di cui – a meno che uno non sia uno psichiatra, è già è dura – si fa fatica a spiegare.
C’entra forse la debolezza della mente di quel ragazzo. E il suo naufragio in una rabbia che non ha saputo contenere. Il regolamento di conti con la violenza. La lite. Gli alterchi. I diverbi. Incapaci come siamo di sostenere un discorso senza attaccare l’altro. La violenza è diventata un linguaggio normale.
Nei commenti a questo fatto ho letto le cose più aberranti. Da “occhio per occhio, dente per dente”. A “giornalisti perché non scrivete il nome? Perché è italiano forse?”. Non comprendendo nemmeno che è un minorenne. E forse manco il nome della zia avremmo potuto fare. A “buttate via la chiave”.
Cose da ribrezzo scritte da chi crede di avere la patente in tasca come viatico della vita.
Forse sì. Forse ci sono rimasti solo i social. E siamo in grado di dare il peggio di noi anche lì.

sbetti


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