
Se vuoi provare a raccontare il dolore degli altri devi immergerti dentro le loro vite. Calpestare i loro sentieri. Ascoltare i loro occhi.
Per la prima volta Antonella Tognazzi apre le porte. Racconta di sé, di questa casa immensa, che doveva essere il loro nido, suo e di David Rossi, e quell’ulivo all’ombra del quale David sognava di invecchiare.
Se ne sta aggrappato alla terra, sotto il cielo azzurro di Siena, attorniato da questa immensa campagna cosparsa di boschi. Una piantina piccola piccola, quando lo comprarono insieme in quel mercatino di periferia. “E ora? Non lo vedi come è cresciuto?”. L’accento toscano non mente. Lei è la moglie dell’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, trovato morto il 6 marzo 2013, dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio. “Suicidio”, sentenziarono i giudici. Ma a quella tesi Antonella non ha mai creduto. Conosceva troppo bene David, troppo l’uno dentro le vite dell’altro. Troppo quel capirsi al primo sguardo che toglie il fiato e quando manca toglie tutto. “Questa casa – mi ha detto – era la realizzazione del nostro sogno. Qui doveva esplodere la felicità e invece. Invece tredici anni di angoscia. La mia vita si è fermata a quel giorno. Tredici anni di inferno. Non credo che l’inferno sia peggio di questo e se lo è io ci sono già allenata”.
Per i familiari delle vittime dei cosiddetti “casi irrisolti”, il dramma vissuto è qualcosa che non se ne va mai. Scava. Scava. Scava. Il dolore è come un cane a cui dai da mangiare dieci giorni sì e uno no. Si ciba dei tuoi ricordi, delle tue paure, delle tue lacrime, delle tue angosce. Quando arriva, travolge tutto, poi come una marea si ritrae, per poi inondare tutto di nuovo.
La libreria di David sta in salone. Questo era il suo “tempio. David leggeva di tutto”. L’immagine che più lo rappresenta è lui, in questa foto, seduto a leggere con in braccio il cane. La poltrona all’epoca rossa, ora è rivestita di bianco. “Io questo mantello di morte ancora me lo porto addosso”, mi dice. Eppure quella speranza di trovare la verità, non l’ha mai abbandonata. Nemmeno nei momenti più difficili. Nemmeno quando non riusciva ad alzarsi dal letto. Nemmeno quando se ne stava appollaiata a quella sedia che la figlia chiamava “il trespolo”. Perché David non si è suicidato. Gli ultimi risultati emersi dalla seconda commissione parlamentare d’inchiesta, non lasciano spazio a dubbi. L’orologio. Il cinturino che si stacca. Le ferite da aggressione sul suo corpo. David è stato picchiato. I lividi. Le percosse. “Non può essersele fatte da solo”. E soprattutto quella persona che si affaccia al vicolo, quando David cade. Chi è? E perché? E poi quei foglietti. Quei bigliettini. Lì, c’erano scritte tre parole. Tre parole che lui non usava mai. Come a dire: “se li leggerai, e qualcosa non ti torna, vai fino in fondo”.
La mia intervista su OGGI.
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