Dal diario di Facebook. 28 settembre 2023
L’aggressore seriale a Venezia.
Questa sera ho preso e sono uscita per fare una lunga passeggiata. All’inizio non voleva essere tanto lunga. Poi lentamente si è allungata. E si è fatta estesa. Distesa. Andava come vanno i tempi della televisione. Lunghi ma serrati. Prolungati ma fitti. Stretti. Ma veloci.
È una settimana che sto sotto una storia di un seriale a Venezia che vi giuro mi è venuto il voltastomaco a vedere come la gente sostanzialmente se ne frega. Anzi non la gente normale. Quella?
Quella povera soffre. Mi è venuto il voltastomaco a vedere come le istituzioni e chi dovrebbe proteggerci se ne fregano allegramente.
Ma soprattutto ho raccolto le voci di quella gente, della gente normale, di quella che ogni giorno lavora. Va a scuola. Va ad allenamento. Va in ufficio. E ha paura. Ha paura a rincasare la sera.
Mi chiedo come in un Paese che voglia definirsi normale si possa avere il terrore di tornare a casa la sera senza finire con una coltellata piantata nell’addome. Orbene.
A Venezia si aggira un seriale. Un aggressore. No. Non è finzione. Non è fiction, non è montaggio. Non è fantascienza.
Il mio servizio lo trovate su Fuori dal Coro (link nei commenti). È realtà. A Venezia si aggira da mesi e da anni un pazzo che va in giro a colpire e aggredire la gente. Che potrebbe realmente aggredire e colpire chiunque. Che entra in azione di notte. Si aggira col buio. Cammina con un coltello in mano. E nessuno, nessuno fa niente. Mi chiedo che mondo sia quello dove chiedi aiuto e nessuno fa niente. Le stesse forze dell’ordine si sentono impotenti, devono aspettare che agisca. Ma quando agisce è troppo tardi. E di vittime ormai c’è ne sono parecchie.
Con la riforma Cartabia poi è diventato tutto una barzelletta. Devi denunciare prima della decorrenza dei termini e per sporgere devi prendere l’appuntamento. E se prendi appuntamento magari i termini decorrono veramente. Così devi attendere che qualcuno ti molli una coltellata e poi ci vuole la querela di parte. E nel frattempo quello se ne sta libero, in giro, capace di colpire chiunque.
Ma mi ha fatto venire il voltastomaco la messa a tacere del fatto – shh silenzio – che facciamo brutta figura – La gente si allarma poi – i turisti – che dicono i turisti. Suvvia Venezia è la città che se ti tuffi da un ponte ti fanno un daspo (con tutto il rispetto per carità) ma se accoltelli qualcuno rimani libero. Fino a che. Fino a che non ci scappa il morto.
Poi dicono che non facciamo niente. Che non c’è sicurezza. Eh no. Infatti.
La sicurezza non c’è. E non è finzione. Non è fiction. Non è immaginazione. Non è la percezione del cittadino come ha osato dire qualcuno.
È la realtà. La dura e nuda realtà. E la realtà non è colorata. Non presenta sfumature, non ha dissolvenze, effetti speciali.
È tutto terribilmente a colori. O bianco, o nero. Ma è tutto nitido. E sta lì davanti agli occhi di tutti.
Questi giorni ho fatto appostamenti. Sono stata fuori la notte. Ho fatto ricerche, ho raccolto le testimonianze dei giovani aggrediti e ci ho visto negli occhi l’impotenza. Il terrore. Il senso di colpa. La tragica consapevolezza che non puoi far niente, che quello che ti sta capitando pare sia un incubo senza fine. Quando stasera ho decollato le mie gambe e mi sono accesa una sigaretta e poi le sigarette sono diventate due tre quattro, era tardi. Era buio. Ero sfinita. Sentivo le gambe che andavano da sole. Agli auricolari andava la musica. Mi sono rivista davanti a quelle persone che per un attimo si sono affidate a me per avere un aiuto, e mi sono detta che è questa la vita che ho scelto, quella che ho deciso, quella che dà voce alla gente che non ha abbastanza amplificatori per poter urlare. Quella che raccoglie le storie. E le fa proprie. E dopo averle vissute. Le racconta. Senza dissolvenze. Senza effetti speciali. Senza sfumature. In bianco e nero. E a colori.
sbetti
fuoridalcoro

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