“Palermo è nostra, non è cosa vostra”.

Scusate se gioisco ma ho dentro il mito di Falcone e Borsellino.
Ho sentito per la prima volta parlare di Matteo Messina Denaro a 18 anni. Quando dovevo decidere cosa avrei voluto fare da grande. Da grande poi. Che ne sai a 18 anni cosa vuoi fare da grande. Non lo sai a 30. A 40. A 50. Nemmeno a 60 uno sa cosa vuole fare da grande. Se ha fatto la scelta giusta. Se quella vita era quella che voleva. Non ci sente mai abbastanza grandi per sentirsi dentro ancora piccoli. Per avere ancora sogni.
Ancora ricordo quell’aula di liceo in cui mi parlarono di Matteo Messina Denaro. Mi dissero che era un pericoloso latitante. Che nessuno sapeva dove fosse. Che per sfuggire allo Stato aveva cambiato nome. Cognome. Forse pure volto. Che non usava la televisione. Che forse viveva sottoterra. Che non usava il telefono. Ma che andava sempre a messa. Erano gli anni in cui divoravo i libri su Falcone. Chinnici. Sul generale Dalla Chiesa.
Macinavo nastri di film sulla mafia. Guardavo e riguardavo La Piovra. Il Padrino. Rileggevo Cose di Cosa Nostra. Sapevo a memoria il film su Paolo Borsellino.
Quando quella sera Borsellino fece la fiaccolata dopo la morte di Falcone e parlò di quel “movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” mi scesero le lacrime. Dio se mi scesero. Mi scesero come goccioloni di pioggia quando non sai se tornerà il sereno. Mi dicevo che un giorno anch’io avrei voluto far qualcosa per assicurare i farabutti alla giustizia.
E così mi iscrissi a Legge.
Lunedì mattina quando lungo l’Appennino parmense al confine con la Liguria, tra un tornante che macinava il cibo in pancia e un altro che smuoveva lo stomaco e lo faceva ballonzolare di qua e di là, mi è arrivata la notizia dell’arresto di Messina Denaro mi sono scese le lacrime. Lo giuro. Mi si è commosso il volto. Volevo fermare le auto. Dirlo a tutti. Scendere dalla macchina nel mezzo della steppa e dire a chi passava: “Ecco hai sentito? Hai sentito? Hanno arrestato Matteo Messina Denaro”. Quando sono andata a mangiare fuori al freddo, scaldata da un fungo non me ne importava nulla del gelo, del pollo scotto, tanta era la contentezza della notizia. Matteo Messina Denaro in manette. Ancora non ci volevo credere. Non ci volevo credere che fosse lui tradito da un incrocio di dati, perché in una clinica aveva dato il nome falso – Andrea Bonafede – e il giorno dell’intervento indicato dagli archivi del ministero, Bonafede era tranquillo a casa. E così sono scattate le operazioni. Che hanno portato alla cattura. Non ci volevo credere che fosse lui agghindato di montone e berretto a calotta con il volto quasi coperto.
Poi lunedì sera quando sono rientrata e finalmente mi prendeva il telefono e ho dato un accesso ai social, ho visto quei video della gente che esulta per strada, dei vecchietti che ringraziano i poliziotti con le lacrime al volto. Ma soprattutto ho visto quei giovani gridare “Palermo è nostra, e non di cosa nostra”. E li mi si è inumidito il volto ancora. Si percepiva “il profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

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