
Questa notte per #Storie2020 vi voglio raccontare di un posto, un posto nel mondo, che c’ha oltre cent’anni.
Se ne sta su, sull’Altopiano di Asiago, a 1058 metri sul livello del mare. E lo vedi mentre percorri la strada che porta ad Asiago. Per arrivare ci stanno tredici tornanti, tredici tornanti che ogni volta ci devo andare con la mia auto perché se salgo al posto del passeggero o di dietro, apriti Cielo.
Allora tredici tornanti, poi, poi tutt’a dritta, ci vai a naso. E la vedi la strada che ti si apre davanti. Panorami pazzeschi. Strapiombi inverosimili. Viste mozzafiato. Colori pastello. Tramonti dorati. Albe rosate. Alberi impilati come cannoni che tagliano l’aria il cielo e il bosco. Ti scorrono davanti correndo a intermittenza che nemmeno te ne accorgi. Sembrano quasi riprodurre quel suono sull’autostrada dove ogni trenta secondi l’auto sobbalza. Tu tun tu tun tu tun tu tun fa la macchina lungo le autostrade di tutta Italia.
E qui.
Qui tronchi riposti, riposti per bene, tronchi accatastati, tanto verde, interi prati, montagne che ti svettano davanti, paesetti agglomerati, campanili piccini piccini che sovrastano un’altura, preti con le tonache che passeggiano per strada, bambini che fanno visita alle caprette.
Panifici, alimentari, piccoli bar, punti ristoro, perfino una spa, allevamenti, cavalli, case diroccate, luci, abeti, arbusti.
Ogni paese sembra un piccolo presepe.
Un presepe nel bosco.
Accanto a questo posto nel mondo che c’ha oltre cent’anni.
Allora questo posto sta a Puffele. Una frazione che c’ha nove abitanti. Nove abitanti e tanti turisti. Tanti commensali. Tanta storia. Parlo con Alessio Segalla, fuori dal locale, mentre fumo una sigaretta. Io ancora senza calzamaglia, me la sarei messa dopo in bilico davanti la porta del bagno del ristorante, col Woolrich la sciarpa e il berretto ancora c’ho freddo.
Perché qui stamattina erano meno nove gradi sotto lo zero.
Ecco e allora qui, qui all’Osteria da Puffele, dove una volta c’avevano pure le camere, ecco qui ci sono passati tutti. Abitanti, turisti, cittadini, curiosi, buone forchette, qui è tutto un via vai di gente, un porto di mare, un incontro di lingue, un crocevia di regioni, un incrocio di dialetti. Qui ci trovi il bassanese, ci trovi il veneziano, ci trovi il padovano, il trevigiano, l’asolano, qui ci trovi il tedesco, il francese, perfino l’inglese che scende dalle piste degli scii e affamato si ferma a mangiare.
Perché appena si entra in questo posto, in questo posto perduto nel mondo, che c’ha oltre cent’anni, si vieni catapultati in un nido magnifico. Sensazionale. Ancestrale. Un nido che sa di casa, che sa di amore, che sa di amore per la tavola, per la cucina, per la roba genuina; un nido che sa di quelle persone instancabili, che portano avanti una tradizione, una storia, un impegno, una lunga memoria.
Perché i gestori di questo locale, in affitto qui da vent’anni hanno una grossa responsabilità: portare avanti il nome del ristorante. Quel ristorante che trae il nome da una strada. Via Puffele per l’appunto.
Ora gestito dalla famiglia Segalla, il padre Alessio, che se ne va in pensione, sta pensando di affidarlo alla figlia Giada. Anche il fratello Andrea qui dà una mano. Oltre a due dipendenti. E la vedi Giada che c’ha 27 anni, servire ai tavoli.
Il loro segreto è proprio questo: la conduzione familiare. La famiglia. L’abbraccio. L’amore. Tutti caratterizzati da una simpatica e forrrrmidabile R moscia, servono con la forza e la voglia che una passione richiede. Girano per i tavoli, prendono gli ordini, corrono, portano da mangiare, da bere; sempre disponibili, sempre cortesi, segnano, annotano tutto, se vuoi la carne ben cotta, se la vuoi poco, se vuoi metà patate al forno, metà verdura cotta, se vuoi il piatto vegetariano, se vuoi la selvaggina, se vuoi la carne di cervo, se vuoi la bistecca, se vuoi l’antipasto, il primo, il secondo. Se vuoi la frutta.
Perché qui, qui dove i crauti sanno di un gusto squisito, immensamente delizioso, qui dove i crauti sanno di un leggero tocco dorato, quasi che pizzica, ecco qui, qui si mangia come si deve mangiare. I formaggi vengono tutti da Asiago. Le verdure dal mercato ortofrutticolo di Bassano. Le carni da una macelleria di fiducia. Alessio Segalla poi e la moglie Nives stanno ai fornelli, cucinano; Giada e altri due servono in tavola e prendono le ordinazioni. Un lavoro per certi aspetti pesante. Cominciano la mattina alle otto. Con le colazioni. Poi ci stanno gli aperitivi. Quelli belli, quelli pure dei motociclisti. Poi ci stanno i pranzi quelli dove la gente arriva affamata, che uno stinco dopo la fatica della montagna non basta.
Al pomeriggio alle quattro e mezza, ancora c’hanno gente che se ne deve andare. Tra chi noi.
Poi. Poi tempo una partita a carte e subito si riparte. Si preparano le tavole per la sera. Il menù. I piatti. Si fanno i carichi. Si guarda se manca qualcosa. Si pulisce. Si corre. Ci si adopera. Tutti i giorni. Tranne il giovedì. Per tutti. Tutti i mesi dell’anno. Anche a dieci gradi sotto zero. Ma dentro, dentro il caminetto è sempre acceso e fa un caldo bellissimo.
Ecco, e allora questa è la storia di un ristorante che c’ha oltre cent’anni e che in mezzo all’Altipiano in un borgo di nove abitanti, resiste. Perché qui dentro. Qui dentro. Qui dentro è sempre pieno zeppo di gente.
Qui dentro, a mezzogiorno, ci stanno più persone che abitanti nel borgo.
#sbetti





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