È uno serrato Enrico Silvestri. Rapido. Incalzante. Sa esattamente dove andare a colpire. Ma soprattutto annusa le cose. È quello l’algoritmo del cronista. Che gira non appena c’è odore di notizia. Quel giorno. Quel 13 agosto 2007, fu uno dei primi giornalisti ad arrivare nella villetta di via Pascoli a Garlasco, dove qualche ora prima era stata ammazzata Chiara Poggi. Per caso, l’anno scorso, mi vennero sotto mano alcuni articoli che Silvestri fece per il Giornale. Lui è uno storico cronista della testata di Indro Montanelli, dove sono cresciuta. Mi colpirono quei suoi pezzi perché era l’esatta fotografia dell’epoca. Quella che tutti cercavamo da tempo. Così mi misi a fare una ricerca, e li raccolsi tutti quanti. Quei suoi pezzi vibravano di sofferenza, di angoscia, di dolore. Narravano i fatti descrivendo gli istanti in cui si erano compiuti. Ma soprattutto recavano con sé degli elementi che erano significativi. L’impronta 33 per esempio. Silvestri fu il primo a scriverne. L’impronta sul pigiama. E quel dna rilevato e mai conosciuto. Quando sono andata a casa di Silvestri a trovarlo e mi ha detto: “Quando hanno iniziato a puntare le indagini su Alberto Stasi, a quel punto non hanno più indagato per scoprire l’assassino. Ma hanno indagato
per incastrare Stasi”, non mi sentivo più le gambe.

Ho raccolto la nostra lunghissima chiacchierata in una intervista su GENTE 👇

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