Non avevo mai letto le lettere che la madre di Andrea Sempio, Daniela Ferrari, aveva scritto ad Alberto Stasi, mentre costui si trovava in carcere.
E quando le ho lette ho avuto un sussulto. Mi sono chiesta che motivo avesse una madre di scrivere due missive del genere a un ragazzo in catene. Due lettere piene di odio e di cattiveria di cui mi chiedo il senso. Due missive dai toni durissimi e oggi agli atti dell’inchiesta. La prima datata il 16 dicembre 2018 e la seconda il 31 gennaio 2019. Le lettere sono state mostrate a Ore14 e in un servizio del Tg1. Nella prima lettera Daniela Ferrari scrive che negli anni ha lavorato come “vigilatrice penitenziaria presso il carcere di Voghera” e che “in molte celle c’era un cartello con scritto con i soldi e l’amicizia lo metti in culo alla giustizia. Quanto è vero”. A chi è riferito quel “metti in cul* alla giustizia?”. A Stasi? O a Sempio?
E poi ancora: “La mia famiglia pagherà per anni per qualcosa di ingiusto, mio figlio è innocente. Ci siamo riempiti di debiti per pagare gli avvocati, ci avete rovinati”.
Nella seconda, invece, la donna lamenta di non aver ricevuto risposta alla precedente missiva e questo, a suo dire, sarebbe la conferma che la condanna inflitta a Stasi sia giusta.
Quest’ultima lettera fa ancora più rabbrividire perché oltre che ad Alberto Stasi, la madre di Sempio si rivolge anche alla mamma di quest’ultimo, Elisabetta Ligabò, colpevole secondo la Ferrari di aver presentato l’esposto nel 2016. Esposto che per la prima volta ha aperto le indagini contro il figlio.
Un’indagine archiviata in fretta e furia e che oggi è al vaglio della procura di Brescia, nell’indagine per corruzione in atti giudiziari. L’ipotesi è che l’allora procuratore aggiunto Mario Venditti abbia incassato denaro per far archiviare l’indagine su Sempio.
“Ti ho scritto una lettera più di un mese fa – scrive la donna – alla quale come supponevo non ho avuto risposta però mi ha confermato che la giustizia italiana con te non ha sbagliato. Stai tranquillo, non ho intenzione di insultarti, ti basta guardarti allo specchio la mattina. Auguro solo a te e a tutti quelli che hanno fatto male alla mia famiglia e a mio figlio Andrea che Dio o il destino o la vita (chiamalo come vuoi) vi riservi né più né meno di ciò che vi siete meritati”.
Poi non contenta, ha aggiunto: “Un consiglio per tua madre: signora? se quando guarda negli occhi suo figlio vede un innocente (come ha dichiarato in tele a Le Iene) le consiglio una bella visita oculistica, ne ha bisogno, ma da un oculista bravo. Se non ha i 120 euro per la visita glieli offro io. Ci siamo mangiati migliaia e migliaia di euro a causa delle vostre indagini difensive e da innocenti. 120 euro non mi cambieranno la vita. E se per caso ti venisse in mente di strumentalizzare queste due lettere per fare ancora qualcosa, sappi che le ho fotocopiate e sono state visionate da un avvocato”.
A leggere queste missive uno non ci può nemmeno credere. Come ha fatto una donna, una madre, a rivolgersi così a un’altra donna, a un’altra madre che vede il proprio figlio in carcere da 11 anni e che continua a professarsi innocente? E soprattutto, perché? Da cosa nasce così tanta cattiveria al punto da non riuscire nemmeno più a dosare la parola scritta? Non sono parole dette al vento, non è l’ira del momento, sono parole scritte a penna, su carta, in una lettera imbustata e spedita.

sbetti


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