
“Lei è il signor Falcone?”. “No”. “Come no?”. “Lei è il signor Buscetta?”. “Veramente non capisco”. “Ora glielo spiego”.
Quante ho volte ho riguardato quella scena. Quante volte l’ho scorsa aventi e indietro in quel film che racconta la storia di Falcone e Borsellino.
Tantissime. Durante l’interrogatorio Falcone disse a Buscetta che “signore”, lì da dove venivano loro “noi veniamo dalla stessa fogna giù a la Calza”, significava che non sei niente.
“Io sono il giudice Falcone”, gli disse.
Qui sta tutta l’essenza dell’importanza del linguaggio. E per chi non lavora solo con i fatti, ma anche con le parole, sa quanto le parole, il timbro, il tono, i segni, i segnali, il modo, il ritmo, siano importanti. Chi lavora con le parole e ci costruisce le storie, sa quanto è importante parlare lo stesso linguaggio del tuo interlocutore. In una storia, ti ci devi immergere. Sprofondare. Ci devi fare il bagno.
Quando morì il giudice Giovanni Falcone avevo 8 anni.
Non ero troppo piccola ma nemmeno abbastanza grande.
Ricordo però che quel giorno – e me lo ricordo come fosse ieri – ero al supermercato con i miei genitori e all’improvviso si interruppe la musica. Andò l’edizione straordinaria del telegiornale. La gente mollò i carrelli, i pacchi di pasta, gli incarti di prosciutto, e tutti cominciarono a guardarsi l’un con l’altro. Era il 23 maggio 1992. Trentaquattro anni fa.
Perfino la cassiera rimase con il contenitore dell’olio in mano senza dire niente.
Al bar del supermercato c’era un televisore. E l’edizione straordinaria del telegiornale dissero che c’era stato un grosso incidente. Un attentato.
Chiesi a mia madre cosa fosse successo. Mi dissero che forse avevano ammazzato un giudice.
Giovanni Falcone morì poco dopo. La moglie, il giudice Francesca Morvillo, verso le dieci di sera.
Lo fecero saltar per aria con una carica di tritolo, piazzata in un tratto della A29, allo svincolo di Capaci, mentre vi transitava sopra il corteo delle loro auto.
Con loro morirono anche gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. All’epoca non c’erano i telefonini, gli smartphone, non c’erano questi strumenti deleteri che hanno distrutto il giornalismo antico e nobile. Non c’erano questi strumenti che soddisfano ogni nostra richiesta, ogni nostro desiderio, che gonfiano ogni nostro ego. All’epoca bisognava attendere. Aspettare. E quell’attesa era la dimensione nobile di tutto. Quella che consacrava il rispetto per le storie e le persone. Poi le immagini arrivarono. I telegiornali. Le dirette. Si vedevano solo macerie. Per giorni continuarono a susseguirsi le immagini della strage, dei processi, dei giudici, di quelle auto accartocciate su se stesse, irriconoscibili, sventrate. Davanti ai miei occhi erano tutti fotogrammi che si susseguivano l’un con l’altro, in attesa di dare loro un senso.
Il senso gliel’ho dato quando al liceo capii che volevo studiare Legge.
Che volevo barcarmenarmi nei meandri della giustizia e dei tribunali.
Poi mi resi conto che la vita non sempre ti dà quello che vuoi, ma quello di cui hai bisogno.
E quando cercavo la mia strada, nel mio cammino è arrivato il giornalismo.
Capii che alcuni principi sono universali. E non serve indossare una toga per onorarli. Il senso di giustizia. La legalità. Il coraggio. Il rinnegare il “puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.
Falcone diceva: “Che le cose siano così, non vuol dire che debbano sempre andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.
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