
Quindi apprendiamo che non c’è premeditazione. Cioè voi domani potreste tranquillamente mettervi in auto, uscire, andare a farvi un giro, scegliere la via più trafficata del centro, ingranare la quinta, schiacciare l’acceleratore, cecchinare chiunque vi capiti a tiro, tirarlo giù come un birillo, ma non c’è la premeditazione.
Nemmeno il fatto che il soggetto in questione abbia avuto una lama in auto – forse doveva pelare le patate – farebbe innescare l’aggravante della premeditazione. Andava a farsi un giro del resto no?
Ci chiediamo a questo punto cosa ci debba essere per far sì che venga imputata la premeditazione.
Ora il terreno è un po’ scivoloso e non voglio cimentarmi in ricostruzioni e ipotesi giuridiche e giurisprudenziali che spettano agli illustri maestri del diritto. Ma qualche domanda mi viene.
Anche perché qui ormai tutti hanno scritto tutto di tutto e di tutti, anche se sostanzialmente chi stava a un metro dalla tragedia non ci ha capito un tubo.
Ci siamo aggrappati a una serie di ipocrisie perché ancora – come i bambini a cui vieti i programmi con il bollino rosso in televisione – facciamo fatica a guardare in faccia le cose e a dare alle suddette un nome.
Prima l’ipocrisia dell’incidente. Ma fiondarsi a cento all’ora con un’auto e colpire la gente non può essere derubricato sotto la parola incidente di un qualsiasi automobilista.
Poi l’ipocrisia del raz. (Non fatemi scrivere tutto il vocabolo).
Ossia sarebbe quasi colpa nostra se un giorno una persona decide di mettersi in auto e seminare il terrore per le strade di Modena.
Poi l’ipocrisia delle cure mancate. Ci si ricorda di tali cure necessarie solo nelle emergenze.
Siamo tanto bravi a parlare di salute mentale, a snocciolare dati, a gridare che sono in aumento le persone che soffrono di un disturbo e prendono psicofarmaci e poi – non facendo nulla per alleviare a questi disturbi data la marea di stron** – passato il caso del momento, sostanzialmente ce ne dimentichiamo.
I titoli poi scompaiono e si ritorna a discutere di cose sostanzialmente futili.
Poi l’ipocrisia del “matto”. Come ci piace questa parola. Come ci fa galleggiare nella nostra potente impotenza.
Come ci fa stare bene classificare qualcosa fuori dal normale, con la parola “matto”. Sano di mente non può essere. Uno sano non si fionda a cento all’ora sulla folla.
Ma non è nemmeno incapace di intendere e di volere, data la sua mira nel centrare le persone. Quindi come la mettiamo?
Poi l’ipocrisia di un non meglio precisato “mea culpa”. Perché dovrei sentirmi responsabile di una cosa che non fatto?
Poi tutta quella sfilata di titoli stucchevoli sui soccorritori stranieri, come se uno straniero non potesse prestare soccorso alle persone. E poi la tiritera su italiano sì, italiano no, su chi si è risentito perché si è detto essere di seconda generazione, del resto pare così difficile accettare la verità dei fatti.
E poi, ultima ma non meno importante, la mancata premeditazione.
I pm, infatti, hanno escluso questa aggravante, così come le finalità terroristiche e l’odio raz. (No tutto il vocabolo no).
Del resto, aveva solo epitetato i cristiani, in una mail di cinque anni fa, come “bast…. di m”.
E anche se quello che è accaduto, almeno concettualmente e opinatamente parlando, rientra sotto la figura dell’attentato, e viene percepito come tale, per i magistrati non lo è.
L’unica cosa è che il gip ha detto che era chiara la volontà di Salim di colpire. Ma che non possiamo nemmeno dire che sia davvero folle.
No infatti. Gli unici folli siamo noi che siamo tanto bravi a farci prendere per il didietro.
sbetti
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