Sabato scorso Roberto Saviano su Repubblica ha pubblicato un pezzo che mi ha lasciato parecchio sconcertata, oltre che un po’ indignata.
Ossia lamenta Saviano, il demiurgo della serie Gomorra, che Garlasco in televisione è diventata una “fiction oscena”.
“Una vita ridotta a content” e “noi a sgranocchiare con un voyeurismo travestito da senso civico”.
Un attacco molto duro, spiacevole e frontale non solo al pubblico, trattato come un invertebrato senza cervello, “che si sente competente perché ha visto sei puntate” ma anche ai colleghi giornalisti che, secondo Saviano, tanto giornalisti non sono perché questo “non è giornalismo. Non è nemmeno cattivo gusto”, ma “è pura monnezza”. Cioè il caso di Garlasco secondo Saviano è un contenitore dell’umido.
Ora, il discrimine nel definire la monnezza da quello che non lo è – sempre secondo sua maestà Saviano – è il fatto che Garlasco “è il format perfetto perché ha protagonisti privati, materiale masticato per vent’anni, zero rischi di querele, villetta borghese, ragazza italiana, fidanzato fotogenico, provincia rassicurante”.
Poco importa, quindi, che lì a Garlasco ci sia una ragazza morta. Che viviamo in un Paese che incarcera la gente a caso – poi sono quelli che fanno le lotte per i detenuti – che ci sia – forse, molto probabilmente – un innocente in gabbia da undici anni, e che le indagini siano state fatte con i piedi, e che stanno uscendo movimenti maldestri, tentativi di sabotare le nuove indagini, presunte corruzioni, false testimonianze e che per tutto questo macello probabilmente non pagherà nessuno.
Siccome Garlasco è – sempre secondo sua Maestà Saviano – un fatto privato, dovremmo tutti fare a meno di parlarne perché i processi – occhio al mantra rimescolato da decenni – si fanno nelle aule di giustizia e non nei talk show televisivi.
Saviano dipinge i colleghi che si stanno occupando di Garlasco come un covo di analfabeti morali, incapaci di fare un’inchiesta, quasi mi viene da dire imbecilli, perché dice che “mentre Garlasco riempie ore di palinsesto, a Crotone è in corso il processo per la strage di Cutro”.
E che a Crotone bisogna studiare, leggersi le carte – a Garlasco invece mangiamo noccioline – e poi “bisogna studiare cos’è una Sar Zone, cos’è Frontex, come funziona una catena di soccorso in mare e bisogna avere il fegato di parlare contro pezzi delle istituzioni, con il rischio di una querela”.
A Garlasco invece andiamo in gita.
C’è anche un passaggio che ritengo francamente molto offensivo detto da chi si pone sullo scranno della serie “io sono io e voi un cazzo”, e che dice che il materiale a Crotone “non si orecchia, non si intuisce”, ma che bisogna studiare.
È da un anno che tratto il caso Garlasco e ho letto più carte e relazioni e verbali e relazioni tecniche, e consulenze eccetera eccetera qui, che in tutti i casi che ho seguito. Ogni giorno spunta qualcosa di nuovo.
Ci si reca sempre sul posto studiando le carte. Che sono tante e non sono nemmeno belle. Non è fiction una ragazza uccisa. Non è scena. Non è spettacolo. Non è scenografia. Quelle immagini te le porti addosso sempre. Qualsiasi giornalista, con la schiena dritta, ha affrontato e sta affrontando il caso con il coraggio di parlare con le istituzioni. Con il coraggio di esporsi contro chi crede che una divisa o una etichetta possa legittimare tutto, anche non dare degna sepoltura a una ragazza, dato che il cadavere di Chiara Poggi – se non lo sai- venne riesumato perché si dimenticarono di prendere le impronte. E nessun giornalista che segue Garlasco è immune da querele. Da segnalazioni all’Ordine. Anzi.
Garlasco, caro Saviano, non è solo un fatto privato. Non è immondizia. Non è una fiction alla seconda stagione.
Garlasco è sete di giustizia. Garlasco siamo noi. Garlasco rappresenta tutto quello che nella nostra giustizia fa letteralmente schifo. Perché se stasera vai a trovare un amico e domani lo trovano morto, il primo a essere indagato sei tu. Garlasco non è lo specchio del Paese che discute di Sempio e non discute di Delmastro, perché Garlasco è la libertà che riguarda tutti noi. Quella di cui tutti si lavano la bocca ma quando tocca gli altri chissenefrega. La morte di una ragazza, come dici tu, “uccisa nel 2007” – come se il passato non avesse futuro – e un innocente in galera non sono meno importanti di 94 stranieri morti. E 94 stranieri morti non sono meno importanti di una ragazza “uccisa nel 2007”.
Una cosa mi chiedo, con tutti quei cronisti che faticano a trovare spazio per 30 miserabili euro a pezzo, mi chiedo come sia possibile che tu ti sia preso una paginata per denigrare il lavoro altrui, per far emergere il proprio.
E soprattuto. Repubblica che ti ha fatto scrivere quel pezzo, è lo stesso giornale che il giorno prima l’uscita del tuo sfogone titolava “porno, violenza, le agendine horror di Sempio?”.
Perché noi i particolari da buco della serratura, come li chiami tu, li abbiamo letti lì.
Chiedo da imbecille.

sbetti


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