
A ridisegnare l’intero film dell’aggressione, diciannove anni dopo, non sono state le chiacchiere, i vaniloqui, i pettegolezzi, le testimonianze di testimoni inaffidabili e o inattendibili, i mitomani – che tanto mitomani non sono dato che chi ha testimoniato poi non ha manco più parlato o perché è morto o perché si è ritirato – ma le perizie, le consulenze, le analisi, la Bpa, ossia l’analisi della scena del crimine attraverso macchie di sague, la consulenza Cattaneo, l’esame dei documenti sull’autopsia. Non passa giorno in cui non ti arrivi un documento nuovo che leggi e dici: e mo’ che ci faccio? Da un anno a questa parte i pm di Pavia diretti da Fabio Napoleone hanno riscritto la dinamica del delitto. E l’immagine racconta tutta un’altra storia. Quella mattina di diciannove anni fa, quel 13 agosto 2007, nella villetta di via Pascoli non ci sarebbe stato Stasi, bensì Andrea Sempio, che – dicono – avrebbe agito da solo. Avrebbe. In questo modo quindi, formalmente, abbiamo due assasini sulla scena del crimine.
Alberto Stasi già condannato in via definitiva con una Cassazione che ribaltò le prime due sentenze di assoluzione. E il nuovo indagato Andrea Sempio, a cui viene ora attribuito l’omicidio di Chiara Poggi. L’unico caso al mondo, di una ragazza morta due volte, assasinata da due persone diverse. Dato che, sostengono i pm pavesi, non vi sarebbe concorso. Alberto Stasi venne condannato in base alle impronte del dispenser del bagno, che dissero essere stato utilizzato per pulirsi dalle macchie di sangue. Peccato che come mi ha confermato Oscar Ghizzoni, il consulente della difesa Stasi, quando lo intervistai per FarWest, nello scolo non ci fossero tracce ematiche di alcun genere. Anzi, forse – si scopre oggi – gli inquirenti dell’epoca avrebbero dovuto analizzare lo scolo del lavabo della cucina, dato che vi sono tracce ematiche nel lavandino. Ma secondo l’ex capitano dei Ris Garofano l’avevano controllato. Non si sa bene come. Poi la storia dei pedali, dove abbiamo appreso che non ci fu uno scambio dei pedali, bensì dei reperti. Per i giudici che firmarono la sentenza di condanna ad Alberto Stasi, Chiara Poggi – ha un nome e un cognome, non è Chiara, non è Garlasco – non si è difesa e non avrebbe reagito. Invece nella nuova ipotesi, Chiara Poggi avrebbe provato a difendersi eccome. Si era sollevata, messa carponi, solo che poi l’assasino l’ha colpita ancora e ancora e ancora e ancora fino a farle perdere i sensi e in seguito provocarle la morte. Almeno 12 le ferite in testa.
E l’aggresione non è stata una aggresione lampo. Sarebbe durata diversi minuti, con i colpi letali sferrati lungo le scale che portano alla cantina dove è stato ritrovato il corpo della vittima. Il killer poi avrebbe continuato a colpirla anche quando era ormai incosciente sugli ultimi gradini.
Anche nel corso delle prime indagini, uscì questa storia dei colpi sferrati in fondo ai gradini, solo che poi per l’assenza di impronte con i pallini, la strada era stata abbandonata – della serie cerchiamo le impronte con i pallini, ma se ne troviamo altre, non vanno bene. Per Alberto Stasi poi un movente non fu mai trovato. Per l’attuale indagato invece, il movente c’è. E sarebbe, come si legge nel capo di incolpazione che lo ha condotto all’interrogatorio il 6 maggio scorso, quell’odio sprigionato dalla mancata accettazione e vissuto come rifiuto. Questa ovviamente è solo una ipotesi. Non è una sentenza. Non è una condanna.
La nuova indagine serve innanzitutto a tirare fuori un innocente e non esclusivamente a buttarne dentro un altro.
Ma a questo punto, mi chiedo per quale motivo non lo si possa far uscire. Perché altrimenti, con una persona in galera e un indagato, abbiamo una ragazza che prima viene uccisa da Tizio e poi da Caio. E questo accade solo nei film di fantascienza o in quelli horror. Non in uno Stato di diritto.
sbetti
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