Garlasco.
Una terza impronta. Che forse potrebbe già essere stata esaminata.
Lunedì scorso sono andata a Olgiate Comasco. Ci sono andata a intervistare il dottor Oscar Ghizzoni, consulente della difesa di Stasi.
Una intervista durata un bel po’, dove le parole pesano come il piombo. Una intervista passata a sviscerare ogni singolo tassello per provare a rimettere insieme alcuni pezzi.
Il tutto riguarda pochi centimetri di un dispenser del sapone. Il dispenser è quello del bagno di casa Poggi. Ed è uno degli elementi che ha condotto alla condanna di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi.
Su quel dispenser, infatti, due sono le impronte attribuibili ad Alberto Stasi.
Ma secondo una relazione del dottor Ghizzoni del 2020, e resa nota soltanto oggi, sarebbero nove le impronte presenti su quel dispenser.
Di cui una, una terza quindi, particolarmente visibile e rilevante, che, dice Ghizzoni “meriterebbe di essere approfondita”. E che “si può individuare, è possibile che sia già stata sottoposta a confronto ma noi non conosciamo queste risultanze”.
Sono impronte non insanguinate.
La non presenza del sangue, quindi, proverebbe che l’assassino non si sia lavato le mani?
E che quel dispenser non sia mai stato lavato?
Se l’assassino si fosse lavato le mani, “avremmo – spiega Ghizzoni – tracce ematiche anche sullo scolo del lavandino”.
Tracce che non sono state trovate.
Su una superficie piana, mi ha spiegato Ghizzoni, basta un sapone per mandare via tracce di sangue. Ma su uno scolo, il sangue si incastra, rimane lì, per dirla facile.
Inoltre, se si fosse lavato le mani, allora non ci sarebbero le impronte sul dispenser.
Cosa che invece non è.
Ma Stasi – lo ricordiamo: cinque processi, due assoluzioni in primo grado e in appello, e alla fine la condanna – è stato condannato anche sulla base di quel dispenser.
Chiara sarebbe stata colpita all’ingresso o in cucina (quest’ultima ipotesi secondo i consulenti dei Poggi), e poi potrebbe essere stata colpita un’ultima volta mentre si trovava già sulle scale interne della villetta che portano alla cantina.
Secondo i giudici che hanno portato alla condanna di Alberto Stasi, l’assassino si sarebbe lavato le mani nel lavandino del bagno dopo il delitto.
Ed essendoci sul dispenser solo le impronte di Stasi, questo ha fatto di lui il killer.
Ho chiesto a Ghizzoni se ci fossero relazioni, prove, che quel lavandino fosse stato lavato, se ci fossero prove che quel lavandino era macchiato di sangue.
Mi ha risposto di no.

La nostra intervista andata in onda su @FarWest martedì sera la potete rivedere su RaiPlay.

Grazie a Coralla Ciccolini, al montaggio di Aurelia Longo e al filmaker Antonio Vicario.

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