Ci ho messo due anni a far uscire queste storie. E martedì 30 dicembre scorso, grazie a Il Fatto Quotidiano sono uscite. Due anni dove ho trovato muri, porte chiuse. Parole dette e non dette. Omertà. Reticenza. Silenzi complici. Un’indagine partita ancora due anni fa, dove addirittura in un casolare in provincia di Rovigo sono stata sequestrata da alcuni caporali. Ho le prove, oltre che i video. Quel giorno ho dovuto chiamare i carabinieri. Ed è tutto documentato. Due anni in cui ho parlato con queste persone, le ho ascoltate. Ho raccolto le loro storie, testimonianze, sfoghi. Ho visto i loro occhi impauriti. Le loro mani distrutte dal lavoro dei campi. I loro sguardi persi nel vuoto, in un futuro che fai fatica a delineare e a costruire quando vivi immerso nello sfruttamento dei padroni. Ho ascoltato il racconto di chi ora protegge alcuni di questi braccianti e ho visto i suoi occhi quando mi ha detto: “Se scoprono che io e lei ci siamo parlati, qui danno fuoco a tutto”. Due anni in cui mi sono chiesta come possa accadere tutto questo. Questo non è Borgo Mezzanone. Questo è il Veneto. Il ricco Veneto. Il Veneto che del prosecco ha fatto il proprio fiore all’occhiello. Che questa inchiesta, questo reportage, serva a restituire un po’ di dignità a quelle persone, costrette a lavorare per quattro euro l’ora e nemmeno. Che serva a sollevare il velo che nasconde questi abusi, soprusi e prevaricazioni. Ma soprattutto che serva a renderci consapevoli di cosa mangiamo, cosa consumiamo, cosa beviamo. A chiederci se tutto quello che arriva nelle nostre tavole e nelle nostre case sia frutto del lavoro regolare dignitoso e dignitosamente retribuito delle persone. O se dietro ci siano atroci storie di sfruttamento. Come queste.
In nome dell’orgoglio italiano, ovviamente.
Il #madeinitaly a caro prezzo. Quello pagato dagli schiavi.
Le inchieste vanno avanti. Non ci fermiamo.

sbetti

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