Non passa l’aria come non passa il tempo, dentro al carcere minorile di Treviso. Il passare delle ore, dei minuti, dei secondi è scandito dal tonfo secco di quelle cancellate che sbattono, si aprono, si chiudono, si riaprono e si chiudono di nuovo. “Apri”. “Chiudi”.“Chiudi”. “Apri”, sono le parole di Giacomo, bimbo di due anni che vive in carcere con la madre, divenute tormentone litanico dell’estate a Rebibbia. Qui non siamo a Rebibbia. Ma la situazione è pressoché drammatica. “La stanza 5 è già al massimo della capienza”, c’è scritto in una lettera che accompagna l’ingresso di un nuovo ragazzo. Questo comporta il “dover aggregare un ulteriore materasso di emergenza”. “Capoposto! – protestano i detenuti – non siamo animali che dobbiamo dormire in questo stato”. Una struttura quella di Treviso, cinta da enormi e invalicabili mura. Sopra le mura, le torri di guardia. E sotto le torri di guardia, le recinzioni, il filo spinato. La porta a vetri conduce alla sezione per i minori. A destra e a sinistra ci sono le stanze di “pernottamento”. Le brande appoggiate alle pareti, i materassi accatastati per terra che si infilano tra i “letti”. Chi non ci sta, dorme sul pavimento.
Stanze per tre persone, dove dentro sono in sei. Quando scende la notte, li vedi rannicchiati, rattrappiti, le teste che spuntano da sotto i letti di chi ce l’ha fatta ad accaparrarsi una branda. “Qui c’è la legge di chi arriva prima, e di chi è dentro da più tempo”, ci dicono. Una struttura questa pensata per 12 persone, ma ora sono 21. Un numero che oscilla, a seconda degli ingressi, arrivi, partenze, come un tabellone in stazione che aggiorna i binari…
Il mio servizio dal carcere di Treviso su @ilfoglio
Serenella Bettin






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