
Grazie. Lo vedevo cosi indaffarato quel cameraman, così impicciato, così affaccendato e immerso, totalmente occupato con la mente ben salda su ciò che doveva fare e con quegli occhi vigili su ciò che stava accadendo che mi sono sentita di ringraziarlo.
Lui mi ha guardato con due occhi sbalorditi come a dire: grazie di cosa, sono qui per questo. Grazie, che parola. Quante volte la diamo per scontata. Quante volte la pronunciamo a mezza bocca, come fosse un segnalibro che metti sempre al solito posto in un libro impolverato sopra il comodino, e quante volte non la diciamo, la diamo per assodata, e invece no, non è scontato niente. Un grazie si deve sempre. Grazie quando ti aprono la porta, quando fanno qualcosa per te, quando investono del tempo per starti appresso. Diciamo che quell’operatore me l’ero mangiato prima, ero sbroccata, la tensione, l’ansia, l’adrenalina, quando giri certi servizi hai una serie di sentimenti concentrati tutti insieme che un caleidoscopio in confronto ti sembra un mare calmo, tranquillo, poco mosso. E vengono fuori tutti insieme quei sentimenti, te li senti addosso, ti divorano, ti salgono le gambe, ti prendono la pancia, la gola, ti salgono fino alla bocca, gli occhi, la testa, il cuore. È qualcosa che ti invade, pervade, che ti sconvolge ed è come mettere la testa dentro al frullatore. Sconvolta, sconquassata, così com’ero, me la sono presa con lui, gli avevo detto parole che non merita. Ma quando fai un lavoro siete tutti nella stessa barca, nella stessa regata, nella stessa vela. Poi quando siamo risaliti, e percorrevamo quei ponti, e quelle calli, e quei campi – si chiamano così le piazze di Venezia – quando ci scostavamo da quel fiume di gente che ci veniva addosso, quando facevamo a bracciate per farci spazio tra la folla, in mezzo a quella nuova di gente che si muoveva come muove la spumiglia quando la metti sopra il nastro dal fornaio – ricorda che una nuvola non sa perché si muove in una certa direzione e a una certa velocità. Segue un impulso, è li che deve andare – ecco quando siamo risaliti, in mezzo al volo dei gabbiani, in mezzo agli albori della sera, al crepuscolo del tramonto, in mezzo al vocio della gente, gli ho detto: grazie. Poi quando mi sono girata, ho incrociato quest’uomo, c’avea un blocco tra le mani e annotava i suoi pensieri. Su di un foglio, una sola parola: grazie ancora.
Ditelo questo cazzo di grazie, non date nulla per scontato.
Il mondo è pieno di stronzi.
#sbetti

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