Io me la ricordo quella voce. Quella voce così flebile, soave, fioca e tenue. Me la ricordo. Ho chiamato Sami Modiano un pomeriggio di qualche anno fa.
Avevo visto un documentario in televisione e mi misi in testa che avrei assolutamente voluto parlare con quell’uomo, così mi misi alla ricerca del numero. E tempo qualche ora sulla mia mano destra scritto a penna c’era il suo contatto, così l’ho chiamato. E mi sono presentata. Mi era rimasto impresso quel suo volto rigato e rugato dalle lacrime. Quella sua voce sommessa. Appena percettibile. Smorta. Quella voce come a provare vergogna. E una feconda timidezza che ti porti appresso per la vita. Mi avevano colpito le sue parole soavi capaci di entrare nei cuori nonostante fossero piene di orrore. Di sterminio. E di morte.
Lui è un sopravvissuto di Birkenau. Rapito quando aveva 13 anni, rimasto in prigionia per sette mesi, lui voleva farla finita.
Ma quando si ha a che fare con la morte, c’è una cosa che ti tiene attaccato alla vita stessa. Ed è l’amore. Lui si ricordò di quello che gli aveva detto suo padre, morto ammazzato, come la sorella.
“Sami tu ce la devi fare”, gli aveva detto.
E così ce l’ha fatta. Si è salvato. Dopo 60 anni ha iniziato a raccontare. “C’è una cosa che posso fare – ha detto – una. E fino a che campo sarà quella di parlare per chi non c’è più”.
Alla fine della nostra telefonata, mi ha detto: “Mi ripeta il suo nome”.
“Serenella”.
“Ha un bel nome Serenella, grazie”.
“Grazie a lei Sami. Grazie a lei”.
Grazie. Una parola sconosciuta. Che racchiude l’essenza del nostro lavoro. Del diffondere. E tramandare.

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