Mi fa un po’ ribrezzo la frase pronunciata dal carabiniere: “Se allevi conigli non puoi pretendere leoni” in merito alla tragica fine di Alessandro. Il ragazzino di 13 anni che si è lanciato volontariamente nel vuoto.
Anche perché sinceramente non capisco cosa c’entri.
Questo è uno dei tanti casi in cui, mi sovviene Umberto Eco, i social hanno dato e continuano ahimè a dire voce anche agli imbecilli.
Alessandro aveva 13 anni e si è lanciato dalla finestra di casa a Gragnano nel napoletano dove viveva.
Vittima di cyber-bullismo.
La gente crede che il bullismo sia una roba buona da mangiare. Una roba di poco conto.
Soltanto perché la parola bullo è stata spesso associata a qualcuno che si diverte e infastidisce gli altri. “Ah ah ah arriva il bullo”.
In realtà il bullismo è un fenomeno sottovalutato. Non si tratta di bullismo. Cambiate nome. Chiamatelo vergogna. Senso di non appartenenza. Timore. Ansia. Paura. Angoscia. Quel senso che ti pervade dentro quando le guance si colorano di viola e vorresti urlare e scappare e gridare al mondo che non sei come ti vogliono loro ma non trovi il fiato nemmeno per parlare. È un qualcosa che non ti fa dormire la notte. Che quando la mattina ti svegli e trovi quei deficienti che ti ridono in faccia ti verrebbe voglia di spaccargli il muso ma non trovi le forze. Ti verrebbe voglia di scappare. Rifugiarti in qualche luogo che solo tu conosci. Ti vergogni. Ti senti sporco. Inadeguato. Ingombrante. È una sensazione terribile.
Ero alle medie. E c’era un deficiente patentato di una terza classe che aveva fatto non so quanti anni di ripetizione, avete presenti quelli bocciati sette otto volte. Questo imbecille ce l’aveva con me. Io ero mora. Abbronzata. Capelli lunghissimi neri. Mi chiamava Boccaonta. Da Pocahontas.
Una volta con l’accendino fece cenno di bruciarmi i capelli. Pensai ai miei genitori che avevo a casa. Non volevo farli star male. E così quel giorno alla vista di quell’accendino trovai la forza di urlare. Non so da dove mi venne. So che gli gridai in faccia in piedi davanti a tutto il pullman. Gli dissi che era un coglione e che non avevo paura. Da lì lui forse si vergognò – ormai tutti sapevano – e non mi fece più nulla.
Ogni tanto, quando le cose non vanno come vorrei ripenso a quel giorno, a quando trovai la forza di urlare convinta di non avere manco un filo di fiato in corpo. E mi serve. Perché quando qualcuno mi sta mettendo i piedi in testa ricaccio dentro di me quell’urlo. Ora.
A me andò bene, perché sinceramente era poca cosa e durò poco. Ma qualcuno che ne soffre veramente, che per mesi, anni si sente vessato, sotto torchio, frustrato, rischia di avere problemi seri e non sapere come uscirne. Incapace di reagire.
Alessandro aveva 13 anni. Forse non merita di essere additato come un “coniglio” adducendo la responsabilità ai genitori che ora soffrono la perdita più terribile.
A ben vedere dietro lo schermo i leoni non mancano. Peccato che leoni faccia rima con qualcos’altro.

sbetti