Da Libero di domenica 17 luglio

L’hanno lasciato lì in una sedia a rotelle. Ha aspettato ore prima di essere visitato. Quando ha iniziato a stare male è arrivato tardi anche il defibrillatore”. Parla così a Libero chi in questi giorni è accanto alla famiglia del piccolo Nicolò Vincenzi, sette anni e mezzo, di Frosinone, morto venerdì pomeriggio all’ ospedale Fabrizio Spaziani.E sono racconti agghiaccianti quelli che ne escono. Nicolò con la sua famiglia, padre, madre e una sorella più grande, di 17 anni, viveva a Mole Bisleti, una frazione del comune di Alatri.Giovedì scorso, in mattinata Nicolò ha la febbre. La famiglia per precauzione lo fa sottoporre a un tampone e il tampone risulta positivo al covid.Venerdì mattina stava bene. La febbre era scesa. Ma a un certo punto inizia a manifestare episodi di vomito. I genitori lo portano dalla pediatra che prescrive un farmaco al piccolo e per scrupolo intima loro di recarsi in ospedale.In pronto soccorso arriva in buone condizioni. Ma dopo un po’ inizia a stare male. Aveva caldo, ma era gelato. Labbra violacee e perdeva la forza e la concentrazione.“Quando è arrivato in ospedale – spiega a Libero Christian Alviani, il legale che segue la famiglia con il collega Alessandro Petricca – ha subito espresso la sua positività al covid ma nonostante questo gli hanno fatto un altro tampone e hanno voluto aspettare l’esito”. Così passa un altro quarto d’ora e il bambino nel frattempo peggiora. La mamma chiede di intervenire subito “ma – ci spiega sempre l’avvocato – hanno dovuto aspettare che l’operatore lo venisse a prendere. Il medico nel frattempo stava visitando un’altra persona. E da lì è partita una serie di carenze dal punto di vista dei dispositivi. Anche per somministrargli la soluzione fisiologica, gli infermieri hanno dovuto attendere gli anestesisti perché il bambino era troppo disidratato e non trovavano la vena. La pediatra aveva avviato la procedura per il trasferimento a Roma ma anche qui ci sono stati ritardi, perché non c’era un’ambulanza idonea disponibile subito. La situazione è andata peggiorando sempre più”.

Poco dopo il piccolo è morto. Ieri l’azienda sanitaria di Frosinone ha diffuso una nota spiegando che “era stato anche allertato il 118 per il trasferimento di competenza, avvenuto in altre occasioni anche con elisoccorso” e che il bambino è stato preso subito in carico e seguito immediatamente. Ma “il rapido peggioramento delle condizioni cliniche non ha consentito il trasferimento in quanto il paziente non era stabilizzato e quindi non era trasportabile”. Dall’azienda sanitaria hanno fatto sapere che il bambino era già giunto in gravi condizioni anche se allora non si capisce perché gli sia stata dato un codice verde. “Non è vero che il piccolo appena arrivato al pronto soccorso era in gravi condizioni”, ci spiega Alviani.“Il decesso – fa sapere l’Asl – è intervenuto in breve tempo, nonostante l’equipe medica intervenuta abbia effettuato le necessarie manovre di rianimazione”.

“A Frosinone è così – ci dice il nostro contatto che conosce la famiglia – se arrivi in pronto soccorso i tempi di attesa sono infiniti”. Intanto la procura ha aperto un’inchiesta e la Regione ha disposto un’indagine nell’ospedale. Sul corpo del bambino, che non aveva altre patologie, è stata disposta l’autopsia. Il paesino dove Nicolò viveva è piombato nello sconforto. Il parroco della comunità ieri, Don Luca Fanfarillo, ha pubblicato una storia su Facebook con l’immagine del piccolo. “Corri tra gli angeli con il tuo cappellino di paglia”. Nella foto si vede il bimbo in mezzo ad altri amici. Le braccia incrociate, gli occhi diligenti, con dentro magari un sacco di sogni. Anche lui come la piccola Ginevra, morta a fine gennaio scorso dopo essere stata trasportata con un volo dell’Aeronautica militare dall’ospedale di Catanzaro al Bambin Gesù di Roma. Anche per lei, due anni appena: il giro infinito degli ospedali, il tempo che passa e la mancanza di terapie intensive.

Serenella Bettin