Franco e Francesca – maggio 2022

Quando li ho conosciuti ho pensato e creduto fossero un miracolo della natura.
E lo sono per davvero.
Francesca ha 96 anni. Li ha fatti il 26 maggio.
“Finisco di fare le pulizie e poi può venire quando vuole”, mi ha detto quando l’ho chiamata al telefono.
Con il marito abita al 5 piano di una palazzina in centro a Treviso, in piazza Giustinian – Recanati.
La porta quando arrivo è aperta. Lei si sta guardando allo specchio. Scruta la sua immagine. I suoi occhi bucano il vetro. Un ritocco ai capelli e mi accoglie. “Perché non ha preso l’ascensore?”, mi chiede. “Faccio ginnastica, preferisco”.
“Fa bene! Prego si accomodi”.
Avevo letto sul Gazzettino a firma di Maria Elena Pattaro – onore alla paternità della notizia cosa sempre più sconosciuta in questo mestiere, pensate che una volta un quotidiano locale veneto aveva ripreso una mia storia senza citare la fonte con tanto di foto (allucinante) – ecco dicevo avevo letto che a Treviso c’erano due coniugi che insieme facevano 200 anni.
Ma mai avrei pensato un simile miracolo.
Lei arzilla, ha due occhi del colore dell’oro marchiato a fuoco, accesi, attenti, lucenti. Ancora sprigionano la voglia di vivere.
Un golfino di cashmere rosa perlato, un filo di rimmel, un po’ di rossetto, ai piedi indossa infradito e come pantaloni ha quelli belli larghi, vita bassa, comodi. La casa sembra quella di due sposini appena rientrati dal viaggio di nozze. Non ci sono cose vecchie. Ingiallite. Medicinali in bella vista. Ci sono i ricordi e i cimeli dei loro viaggi. I libri. Le foto dei figli. Tutto è in ordine.
“Francesca dove sei?”.
Fa capolino lui dall’altra stanza cercandola, come si cerca sempre quell’amore da una vita, anche quando l’hai trovato, è sempre una ricerca dell’uno verso l’altro. Quando lui arriva in salone, sorretto un po’ dal treppiede, mi sorride. Ha gli occhi azzurri del colore del cielo, quello chiaro. I capelli bianchi gli incorniciano il volto. I lineamenti nitidi perfetti netti segnati dal tempo. La mandibola marcata ancora porta l’eleganza e il vigore di un maestro di ballo. Mi stringe la mano con forza e vigoria. E mi fa accomodare.
Lui, Franco Zanon, 104 anni fatti il 3 aprile scorso, classe 1918, ha alle spalle 4 guerre. È stato anche naufrago. A 17 anni scrisse una lettera a Mussolini perché voleva arruolarsi in Marina. Mussolini lo fece chiamare e lui venne spedito a Pola. Poi quando tornò a casa decise di cambiare vita. “Ero talmente disgustato dalla guerra – mi dice – da quello che avevo visto che non ne potevo più. Così mi sono iscritto all’Accademia di Ballo di Milano e da lì ho iniziato a fare il direttore artistico”. Ed è così che incontra lei. Lei nata a Farra d’Isonzo, in provincia di Gorizia. Friulana, tempra dura. “Io sono goriziana – ci tiene a ribadire – qualche dovrebbero cucirmi la bocca”. All’anagrafe si chiama Maria Carmen Trevisiol. Ma per gli amici loro sono da sempre Franco e Francesca.
Finite le scuole superiori si iscrive a Ca’Foscari a Venezia. Poi però escono i concorsi per l’insegnamento e decide di provarci. Passa il concorso e diventa maestra di scuola elementare. Una sera a Caorle, quando lui era direttore artistico del Petronia, incontra lui. Lui la vede e capisce che quella è la donna della sua vita. Lei che ancora le sistema il golfino. Lei che ancora le sistema i capelli. “A me all’inizio non interessava – mi racconta lei sorridente – sa… avevo anch’io il mio bel fisico. Avevo il mio giro, mai avrei pensato”. E invece. Invece finiscono a nozze, sposati da 67 anni. A 80 anni hanno fatto il giro del mondo insieme. Valigia, trolley, senza tanti fronzoli. “Arrivavamo in albergo – mi racconta lei – nemmeno il tempo di cambiarci ed eravamo già fuori a vedere, visitare”. “Abbiamo preso 34 aerei e 12 navi”.
Ma i vostri figli? Non vi dicono niente? “Ci lasciano liberi. Indipendenti. Il telefonino ? Mi chiede lei, spesso lo dimentico. Il segreto è non rompere le scatole a nessuno”.
Loro vanno a fare spesa da soli. Escono. Vanno in piazza. Fanno gli aperitivi. La loro casa è un museo ordinato di libri foto cimeli ricordi di viaggi. “Il posto più bello è stata la Polinesia”.
“Tra poco usciamo”, mi dice. “Andiamo a prendere il pane”.
“Mi saluti il suo direttore Alessandro Sallusti – mi dice lui – il mio preferito, è l’unico che seguo”.
Quando lei mi accompagna alla porta mi dice: “Ciao bella, a te lo posso dire”.

#sbetti