La forza di Meghi

Meghi Moschino e suo figlio Giovanni

Questa donna si chiama Meghi Moschino. L’ho incontrata un giorno per caso. In un treno fortunato per Milano. Mi ha raccontato la sua storia. Che ho deciso di condividere con la sua autorizzazione.
Meghi Moschino a marzo compie 45 anni. È un’insegnante di canto di San Donà di Piave nel veneziano. Una di quelle che quando la ascolti ti fa vibrare il sangue. Lei canta anche in una band. La Quanah Parker. Musica Italian Rock Progressive. Roba da duri. Musica giusta.
Il figlio Giovanni, 17 anni il primo aprile, è affetto da una disabilità grave. Tetraparesi spastica con ritardo cognitivo, reflusso gastroesofageo e epilessia per ora controllata dai farmaci. Questa la diagnosi.
Lei ogni mattina lo prende. Fa una fatica enorme. “La forza che ha lei in corpo è quella che le dà lui”, mi dice. Lei la prende dai suoi abbracci. Che “sono magici”. Dagli occhi. Dai pianti. Dai sorrisi.
“Ogni mattina alle sei mi sveglio per portare mia figlia a scuola – mi racconta – Alle 7 invece sveglio Giovanni, lo porto di peso al piano terra. Lo metto sul divano. Gli do il primo farmaco antireflusso. Preparo la colazione. Lo accompagno al tavolo. E gli do altre quattro compresse con la brioche. Lui riesce solo a bere dal biberon. Finito lo accompagno in bagno. Gli lavo i denti. Tolgo il pannolino. Gli faccio fare pipì perché sennò a scuola si bagna. Lo vesto. Lo carico sulla carrozzina e alle 8.10 è in classe. Io torno a casa. Lavo. Stiro. Pulisco. Poi vado a prendere Raissa e Giovanni. Alle tre comincia il mio lavoro. Fino alle nove di sera. Per fortuna mi aiuta mio marito”.
Vedo questa donna cambiare il pannolino al figlio. Aiutarlo a fare i bisogni. Lo prende. Lo avvolge. Gli gira intorno. Via una gamba dai pantaloni. Via l’altra. Lo mette sopra i sanitari. Lo solleva. Lo riveste. Lo porta in cucina per fargli fare colazione. Lui vuole prendere la tazza. Quella del latte. Ma non ce la fa. Non ci riesce. Non riesce a bere dal bicchiere. Beve attraverso la cannuccia. La mamma gli sbriciola i biscotti. Poi piano piano un po’ alla volta glieli scioglie in bocca.
Questa madre è una forza della natura.
Meghi, che gioca e canta con le parole, che le prende, le stacca, e le fa volare, ha anche scritto un libro sulla disabilità del figlio “Il piccolo usignolo speciale”.
Ma ora chiede aiuto. E lancia un appello.
“Perché mio figlio non può andare a scuola?”.
E non c’entrano il lockdown, la dad, il virus. C’entra che le scuole non hanno più insegnanti di sostegno. E lei il figlio lo deve tenere a casa. Non glielo prende nessuno. Perché durante il cambio del pannolino ha bisogno di due persone addosso. Lui ha tanta forza.
Per lui prende 520 euro di accompagnatoria. La fame.
Ma “vivere con i soldi dell’ accompagnatoria – mi dice – è un’impresa”.
Le scuole poi non si trovano. Quelle pubbliche non hanno risorse. Quelle private costano un botto. “Sono riuscita a fermarlo qualche anno in più alla primaria, ma ora fa la terza media, ho fatto richiesta ai centri diurni ma la lista d’attesa è lunga, sto visitando alcuni istituti superiori ma quasi nessuno ti dà la possibilità di iscriverlo. E in ogni caso ci sono un sacco di difficoltà nel gestire le esigenze primarie con il cambio del pannolino e la merenda”.
Meghi è delusa. “Eppure lui sorride sempre – mi dice – ma perché non abbiamo diritto a vivere col minimo sindacale come tutti? La figlia di una mia amica è da due anni che è a casa perché non sa da chi essere seguita. E non per il covid. Perché mio figlio non può andare a scuola e io devo lavorare solo quando posso?”.
Un appello alle istituzioni. “Mentre no vax e provax si fanno la guerra c’è gente che lotta solo per avere una vita dignitosa. Credo sia giusto ricordare al mondo che esistono queste situazioni e che viviamo in un paese di falsi buonisti, perdonami ma avevo davvero necessità di sfogarmi. Non dimentichiamo che esistono ancora queste discriminazioni”.

#sbetti

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