Ricordo che ero bambina. Avevo nove anni.
Avevo nove anni quando mi portarono sulla Diga del Vajont. Mi dissero: “qui ci furono migliaia di morti”. Io non capivo. Non sapevo. Volevo capire. Volevo sapere.
Non capivo come una montagna potesse staccarsi da un monte, prendere la sua corsa, arrotolarsi, inzupparsi con i fiumi, le acque; soppiantare un paese e far straripare i laghi, e spazzare via i campanili e le chiese.
Non lo capivo. Ma ricordo benissimo quel giorno in cui mi ci portarono a vedere quel posto che “ha fatto un sacco di morti”. Era estate. Forse luglio. Ero con i miei genitori. I miei zii. I miei cugini. Le solite gite tra parenti.
D’improvviso mi ritrovai sopra un pezzo di strada e giù c’era lo strapiombo. Eravamo a piedi. Ho ricordi offuscati ma quello strapiombo lo ricordo benissimo. Cupo. Bianco ghiaccio. Colore cemento. Una gola infinita che si ficcava giù a spirale nella terra e andava giù dritta verso il nulla.
Un muro bianco di cemento armato che finiva velocemente nel vuoto.
Sembrava riecheggiare l’eco dell’acqua. L’eco della gente. L’eco delle persone. L’eco del vento che spazza via tutto. Mi dissero che molte case caddero per la sola forza dell’aria. Mossa dall’acqua che veniva avanti. Bastò la forza dell’aria a buttarle giù. Non serviva nemmeno che l’acqua le toccasse. Quel giorno di quel 9 ottobre 1963 erano le 22.39.
Una massa di 270 milioni di metri cubi di roccia e detriti si stacca dal monte Toc e frana a valle.
Chi riesce a svegliarsi, viene svegliato per il boato.
La parete del Toc, larga quasi tre chilometri e formata da boschi, coltivazioni e case, affonda nel bacino sottostante e provoca una devastante scossa di terremoto.
Il lago, contenuto nella diga, straripa. Si forma una massa d’acqua che prende una velocità sempre più inaudita.
Un muro d’acqua, alto più di cento metri, mescolato a tonnellate di detriti, spazza via le abitazioni e tutto quello che incontra.
I tralicci della luce vengono tranciati. La vallata rimane al buio.
La prima ondata spazza via i paesi più bassi, quelli lungo le rive del lago: Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.
La seconda si riversa verso valle. Supera la diga. La scavalca. Ci sbatte contro. La scuote. La sbatacchia. Non si incaglia.
La diga resiste.
Un’ondata di 50 milioni di metri cubi d’acqua precipita a piombo in picchiata con una velocità impressionante e sbatte sulla vallata sottostante.
La gola del Vajont – quella di me bambina, quando mi ci portarono – le dà maggiore forza. È la fine.
“Il greto del Piave fu raschiato dall’onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall’acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l’onda perse il suo slancio andandosi a infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle…”
Da lì, la furia dell’acqua lasciò posto a disperazione. Sangue. Dolore. Morte. Case ammucchiate. Devastate. Sparite.
Muoiono 1910 persone. Migliaia i senzatetto.
“Scrivo da un paese che non c’è più”, cominciò il suo pezzo Giampaolo Pansa.

#sbetti