Lei è Egea Haffner. E l’altra sono io.
Aveva tre e anni e mezzo quando le portarono via il padre. Una sera suonarono alla porta. La madre andò ad aprire. Le dissero che era un normale controllo. Che doveva andare con loro al comando. Era maggio. Ma era fresco. Il padre si mise una giacca. Indossò una sciarpa. Un saluto alla moglie. E lo portarono via. Da lì. Da lì più niente. Del padre nemmeno un ricordo…
Allora questa sera per #Storie2020 vi voglio raccontare una storia.
La storia di Egea Haffner. La profuga istriana. L’esule giuliana numero 30001. È lei la bambina con la valigia. Quella che stava lì ferma in quella foto, lo sguardo perso nel mondo, e la bocca un po’ crucciata.
È lei.
Allora quando ho conosciuto Egea Haffner, lì per lì, non l’avevo vista subito. Se ne stava sotto al palco di quel teatro a Verona, nell’attesa che la prima del suo film iniziasse.
Mi sono avvicinata. L’ho guardata. Le ho sorriso. E non mi è nemmeno venuto da chiederle: “Egea?”.
Non mi è venuto. Appena l’ho vista ho capito subito che era lei. Lei. Era lei la bimba con la valigia. Uguale identica. Stesso mento. Stessa bocca. Stesso taglio di capelli. Stessi lineamenti del volto. Squadrati. Dolci triangolari. Cambiava solo l’espressione. Più dolce. Più pacata. Più matura.
Stessi occhi. Solo più calmi. Più consci.
Egea non aveva più l’aria di quella bambina costretta a lasciare la propria terra senza capire perché. Egea il perché l’ha capito.
Allora dicevo mi sono avvicinata e le ho chiesto se potevamo parlare. Lei mi ha sorriso. Mi ha pronunciato un “sì certo”, un sì immenso e ci siamo appartate in una sala.
Egea ha iniziato a parlare. I suoi ricordi. La sue emozioni. I suoi racconti. Le sue fughe nei sotterranei. Gli allarmi. Le bombe.
Teneva in mano la medaglietta del padre. Il papà Kurt Haffner, figlio di un ungherese di Budapest che a Pola aveva una gioielleria e figlio di una viennese che faceva la pasticcera. I partigiani di Tito lo presero quella notte, aveva 26 anni. Lo fecero sparire presto. Probabilmente venne infoibato nei dintorni di Pisino, la notte stessa.
Allora Egea mi racconta di suo padre e io ho brividi. Sono lì che tengo la macchinetta, che tento di riprendere qualche scena. Ma la mano inizia a tremare. I brividi mi corrono lungo la schiena. Risalgono le braccia. Non riesco a capire come una bambina possa sopravvivere a tutto quel dolore. Poi gliel’ho chiesto. Le ho chiesto come fa. Come ha fatto.
E lei mi ha detto che sono fondamentali le persone. La vicinanza. La solidarietà. Perché per il padre non c’è stato un processo. Non c’è un corpo. Non c’è un verbale. Egea non ha mai avuto il diritto di piangere suo padre. Svanito nel nulla, lasciando un vuoto incolmabile, cullato nemmeno da una lapide.
Solo una cosa ricorda. Che quella sciarpa, che quella sera il padre indossò per andarsene, venne vista il giorno dopo dalla madre addosso a uno dei partigiani di Tito.

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