Quando ero piccola seguivo i reportage di Carmen Lasorella. Ma mica perché volevo fare la giornalista. No.

Volevo fare il commissario di polizia. Diventare come l’ispettore McCall di Hunter.

Allora dicevo seguivo Carmen Lasorella perché quando tornavo a casa da scuola si guardava il Tg 2. Mi colpiva come una donna così bella potesse andare in posti lontani e Paesi a noi sconosciuti. Mogadiscio, Medio Oriente, Africa. Sì insomma mi dicevo, come fa una donna ad andare in quei posti. Cioè vedevo Carmen Lasorella come una donna sempre perfetta, con il trucco, le labbra disegnate, i capelli neri sempre in ordine e mi chiedevo: “ma come fa?”.

Quando rimase ferita nell’agguato a Mogadiscio, nel 1995, dove rimane ucciso Marcello Palmisano, avevo undici anni. Non ancora troppo grande. Ma l’età giusta per capire. Allora a casa mia si parlava di questo agguato. E io avevo paura. Poi però la vedevo in tv e la paura passava.

Ma erano gli anni anche della guerra nei Balcani. Quelli a un passo da casa. Quelli al di là dell’Adriatico. Quelli dove quando andavo nelle Marche mi alzavo in punta di piedi sulla sabbia, per vedere se al di là del nostro mare ci fosse il tanfo delle bombe, le crepe negli occhi, gli squarci nel cielo, i proiettili nel cuore. Volevo vedere se al di là del mare fosse tutto distrutto, martoriato, devastato.

Ricordo ancora quel cordone umano lungo tutta la costa dell’Adriatico, dalla “nostra parte”; sì insomma praticamente tutta la costa un giorno si prese per mano, uomini donne bambini giovani anziani vecchi, tutti uniti dalla Laguna fino a giù al tacco, per la pace nei Balcani.

Come ricordo ancora quando guardavo quelle immagini alla televisione e mi ricordo di quegli aerei partire. Pristina mi ripetevo in testa. Pristina. Ero quasi ossessionata. Chiedevo a tutti i miei insegnanti, con l’egoismo infantile di una bambina, se la guerra potesse mai arrivare anche qua. Poi un giorno, un giorno una maestra ci disse: “tranquilli in Italia non arriva la guerra”. Ma io non le credevo. Io volevo sapere. Io volevo vedere. Volevo capire perché gli uomini sul mondo facevano a botte con i propri fratelli. Volevo sapere perché gli aerei partivano e sganciavano le bombe. Volevo vedere quelle case distrutte. Quelle persone che non avevano più niente. E mi arrabbiavo tremendamente perché la televisione che mi permetteva di vedere prendeva tutti per i fondelli. Non faceva vedere abbastanza. Non spiegava. Non si capiva. Non voleva. Rimaneva tutto dentro una stupida scatola di plastica. Addirittura quando avevo cinque sei anni i miei mi raccontano che andavo dietro la tv per entrarci dentro. Volevo vedere se qualche omino mi prendesse per mano e mi facesse balzare dentro lo schermo. Ma erano anni bui quelli della guerra nei Balcani, quelli dove ogni volta che tornavo a casa da scuola pregavo perché le bombe si fermassero. Accendevo la tv e speravo che la guerra fosse finita. E invece.

Invece quando la Nato bombardò Belgrado avevo quindici anni. Abbastanza grande per capire. Mi dissero che non c’era l’ok delle Nazioni Unite e che anche l’Italia mandava le bombe. Allora ce l’avevo con l’Italia, volevo scrivere al presidente, volevo dirgli di fare qualcosa. Qualcuno poi diceva – quelli che poi ti accorgerai sono quelli che stanno al bar a commentare – ecco qualcuno poi diceva: “è la fine, scoppia la terza guerra mondiale”. Tantè.

Tantè che non capivo cosa ci fosse sotto. E continuavo a sentire alla televisione i nomi di questi paesi: Belgrado, Sarajevo, Pristina. Vedevo i giornalisti che ci andavano e provano una profonda ammirazione. Quando alla televisione compariva la scritta “inviato a Belgrado” o da “Pristina” un brivido mi correva sempre lungo la schiena.

Ecco dopo vent’ anni, questa volta, vedere il mio nome sopra la scritta “da Belgrado” mi sembra strano. Sì, per fortuna non c’è la guerra, ma mi tornano in mente le scene di me bambina, di me ragazzina che voleva capirci qualcosa.

Ma ancora.

Ancora la tensione in quei Paesi, di quando guardavo quel cordone umano lungo l’Adriatico, non si è placata. Fratelli che hanno ammazzato fratelli. Figli che hanno ammazzato padri. Mogli che hanno ammazzato mariti. Una delle guerra più brutte che possano essere combattute. Ed è qui.

A pochi chilometri da casa nostra dove l’odio corre ancora.

Il nostro reportage sul #Giornale.

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