
15 luglio 2026, la notte dopo la sentenza
Me li immagino i giudici, questa sera, mentre rincasano dalle loro famiglie e si siedono a tavola con i loro figli, sapendo che hanno sbattuto in galera un uomo di 72 anni che quella mattina era uscito di casa per andare a fare il suo onesto lavoro.
E invece ha trovato dei rapiatori che sono usciti di casa per fare un altro sporco lavoro, quello dei delinquenti. Oh me li immagino sì. Questi giudici. Me li immagino. Quelli che non hanno la cognizione del tempo e rubano anni di vita a chi sta per entrare nell’ultimo quarto del suo arcobaleno. Quanto coraggio ci vuole a condannare un uomo di 72 anni e sbatterlo dentro insieme ad altri delinquenti. Me li immagino questi giudici. Quelli che oggi hanno condannato Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione. Quattordici anni e nove mesi. Quattordici anni e nove mesi. Segnatevi bene questi anni e sommateli a una persona che di anni ne ha fatti 72 a maggio. La giornata di oggi è stata angosciante. Domani su Libero trovate l’ultima giornata da uomo libero appunto, di Mario Roggero. E l’ultima telefonata prima di entrare in carcere. I minuti oggi gocciolavano in un lento stillicidio, come quello di un rubinetto rotto che non ha nemmeno più l’acqua per dissetare. Dissetare appunto. La sete. La fame. Gli daranno da bere in carcere? Lo sfameranno? Roggero questa sera si è costituito. E quando ci siamo sentiti al telefono, l’ultima chiamata prima di entrare, ha pianto. Un pianto vorace. Famelico. La voce che tremava. Il singhiozzo. Uno sfogo. Che volevo entrare dentro al telefono per abbracciarlo. Questa sera il cellulare non squilla come le altre sere. Questa sera il cellulare è muto. Silenzioso. Le sue ultime storie su whatsapp sono: “Mi sto costituendo. E sto consegnando il telefono a mia moglie”. L’ultimo pranzo. Gli ultimi abbracci alle figlie. Gli ultimi saluti ai nipoti. Quei tre piccolini che gli chiedevano: “Nonno nonno, ma se non vai in carcere ci porti a Gardaland?”. Lui, padre di 4 figlie. Nonno, di 8 nipoti. Non riesco a immaginarmelo Roggero insieme ad altri delinquenti mentre pranza seduto al tavolone, in compagnia di chi spaccia, o stpra le persone. Perdonatemi se sono limitata. Ma non ce la faccio. Non ci riesco. Non riesco a capacitarmi di come possa vivere. Di dove dorme. Se la brandina è quella di legno. O di ferro. Quando questa mattina mi sono svegliata c’era il sole. E in fondo Roggero, ci sperava. Ce lo eravamo sempre detti.
Poi, all’improvviso il sole se n’è andato. E ho iniziato a sentire un nodo in gola. Dopo un’ora è arrivata la sentenza. Il cielo si era rannuvolato. Ingrigito, imbruttito. Una brutta cappa madida di afa sabbia e calura che copriva la testa. Quando è arrivata la sentenza, quando è stata comunicata, in quell’esatto istante che cancella la speranza e apre le porte al baratro, ho pianto. Abbiamo pianto. Perché oggi i giudici, quelli che hanno sbattuto in galera una persona di 72 anni, quelli che hanno in mano la tua vita, e la trattano come fosse una partita a bowling, hanno deciso di confermare la condanna in Appello per una persona che quel giorno era in preda al terrore e sequestrata dai suoi sentimenti e annientata dalla sue paure, e si è semplicemente difesa.
Scusate se empatizzo con un uomo di 72 anni che vede la propria vita prima rovinata dai banditi e poi dai giudici.
Perché allora, se non c’è più alcun confine tra aggr*ssore e aggredito, se giudichiamo le vittime vere alla stessa stregua di chi è uscito di casa per colpire e far del male, allora non vale più niente. O vale tutto. Allora addio Stato di diritto. Addio giustizia. Allora al diavolo tutto. Il confine si è rotto. Sì è spezzato. E la giustizia pende da una parte.
Quando ho finito di scrivere il pezzo, Roggero era già dentro. “Continua questa battaglia”. La strada era cosparsa di pozzanghere. Ho sollevato gli occhi al cielo. E in lontananza, tra i rami, ho visto dei raggi di sole filtrare. Mi sono seduta per terra. Ho acceso una sigaretta. Perché era il più bel messaggio da fargli arrivare. Non è ancora finita penso.
sbetti
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