Alla fiera dell’ipocrisia.
Non ho voluto soffermarmi ripetutamente sui video che rimbalzano nei social, presi da ogni angolazione possibile, del pazzo che sabato scorso si è lanciato sulla folla con la sua autovettura a cento all’ora, colpendo le persone come fossero birilli.
Non ho voluto prestarmi a questa compravendita di like, in saldo al mercato del morbo digitale che sta otturando il cervello alla gente.
Non mi galvanizza vedere la gente saltare via e assistere da distante impotente.
Quando facevo la cronaca nera rimanevo intorpidita anche a vedere i lenzuoli bianchi stesi a terra.
Ma già da ieri sono rimasta profondamente colpita e anche un po’ infastidita dall’ipocrisia – pericolosa – che dilaga.
Intanto la scelta dei vocaboli.
Quanto accaduto ieri a Modena non è un incidente come ho sentito dire. Non è un incidente stradale. Fiondarsi sulle persone con un’autovettura a cento all’ora, sterzare per colpire il bersaglio più vicino, e fare centro con la gente come con una palla da bowling non è un incidente stradale. Non è un’autovettura che sbanda.
Non è un guidatore colpito da malore che finisce sulla folla.
Quanto è accaduto ieri a Modena ha un solo nome. Si chiama attntato. Voce del verbo attentare. Ossia, cito Treccani: “l’atto con cui si attenta a persona o cosa, e che, nel diritto, è considerato un reato già consumato anche se non si produce il danno e il colpevole non raggiunge il fine che si era proposto”. Non so quale fine si fosse preposto l’attentatore, sicuramente far male, scegliere a caso, a seconda del destino, chi potesse restare su questa Terra e chi no, perché bilancio che ne è seguito infatti è stato devastante. Otto feriti. Quattro gravi. Una donna ha perso le gambe. I testimoni raccontano di aver visto la gente saltare via, sague ovunque e le urla di chi, travolto dal destino, si trovava in un sabato pomeriggio a passeggiare in centro.
Al di là della matrice religiosa politica o psicosociale che si scaraventa su altre vite decidendo chi debba vivere o morire, quanto accaduto a Modena è un attentato. Quando sparrono a Trump nessuno parlò di incidente. Tutti titolarono: “l’attenato a Trump”.
Qualcuno dirà che in questo caso si cerca di non innescare la psicosi collettiva. E ogni volta le autorità ci tengono a precisare che non siamo dinanzi ad attacchi terror*stici, ma di fronte a dei pazzi, a degli squilibrati. Com’è che li chiamavano a volte? Lupi solitari. Turbati mentali. A volte nessuno ci ha mai veramente capito chi fossero e perché. Qualcuno si è risentito perché si è detto che l’attentatore è di seconda generazione.
Ma allora a questo punto, se dobbiamo sempre proteggere il lettore e il telespettatore o l’area politica a seconda dell’aria che tira, non scriviamo più niente.
Già dal nome e dal cognome dell’assalitore chiamatelo come volete, si intuisce la sua provenienza.
Che dovremmo fare? Non scriverlo?
Per noi così abituati a incasellare le persone e le cose in categorie che ahimè servono però per raccontare i fatti. Perché o omettiamo tutto o raccontiamo semplicemente i fatti.
Non possiamo nascondere i nomi solo perché non ci fanno comodo. Di qualche femminicida balzato alle cronache, nessuno ha mai omesso il nome e il cognome.
Ma la cosa che mi ha lasciato ulteriormente perplessa è stata questa.
Ieri dopo i primi soccorsi molto quotidiani online, così come oggi, hanno iniziato a titolare: “parla il soccorritore straniero”. “Tra i soccorritori ci sono tre pachistani”.
Facciamo i titoli sulle nazionalità delle persone vi rendete conto?
Come a controbilanciare quel peso che pende dall’altra parte e che porta a considerare come pericoloso il diverso. Ma è una guerra insulsa. Pericolosa. Che non porta a niente. È una guerra che non voglio combattere.
Ma poi soprattutto che vuol dire che un soccorritore è straniero? Perché questa discriminazione indiretta?
Uno straniero forse non può soccorrere le persone? Uno straniero non ha empatia? Non ha cura verso il prossimo? Perché qui si corre il rischio che a non voler fomentare la paura del diverso, si ottenga proprio l’effetto contrario.
E questa è la più bieca ipocrisia che esista.
E mentre la gente discute se questo fosse italiano o meno, se i soccorritori fossero italiani o no, mentre la gente sta qui a rimpinguare battaglie politiche dando addosso al politico di turno, le persone coinvolte in questa tragedia rimarranno segnate per sempre.

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