
Reggetevi forte raga. Qui si vola.
Sabato mattin sulla Verità leggevo un interessante pezzo a firma di Giacomo Amadori. Più lo leggevo più rimanevo sconcertata. Se non fosse vero, quanto descritto potrebbe essere un interessante teatrino di Zelig. Avete presente quegli sketch di Ale e Franz. Ecco. Uguale.
Racconta Amadori che il carabiniere a capo delle indagini sul caso di Chiara Poggi, Silvio Sapone, sentito dai pm nel novembre 2025, quindi pochi mesi fa, ha ammesso che sulle intercettazioni era un asino e che non se ne intendeva molto.
Hanno affidato le indagini a un ciuccio insomma.
All’epoca, racconta l’ex luogotenente Sapone, ora in pensione, aveva poca esperienza in fatti di sangue e per lui “i fascicoli sono tutti uguali”. Cioè il delitto di Chiara Poggi sarebbe uguale a uno scippo delle borseggiatrici a Venezia.
Il 17 novembre 2025 Sapone è stato sentito per circa quattro ore – quattro ore – come persona informata sui fatti dai pm nell’ambito dell’inchiesta per corruzione che vede coinvolti l’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti. L’ipotesi della procura è che la famiglia di Sempio abbia sganciato cash – almeno 30 mila euro – per far archiviare l’indagine del figlio in fretta e furia.
È stato proprio Andrea Sempio a nominare Sapone in un’intercettazione ambientale.
Sapone, a capo della squadra investigativa d’assalto, una sorta di NCIS in pratica, (un po’ invecchiata lo possiamo dire?) dice: “non mi ero occupato in precedenza di casi di omicidio (…) non ho dato peso al fatto che fosse un caso delicato”. No certo. È solo uno dei casi più complessi e oscuri. E ne sta solo parlando tutta Italia.
Poi ancora: “Non avevamo fatto noi la richiesta di intercettazioni, è stata un’iniziativa dei magistrati”. E in riferimento a non aver usato le cuffie. “Non ho fatto gli ascolti perché non mi intendo molto di intercettazioni”.
Quindi in sostanza le indagini sarebbero state affidate a chi di intercettazioni non se ne intende molto, noi che pensavano che ogni qual volta accadesse un caso del genere venissero sguinzagliati i migliori investigatori.
Ma lo show non è ancora servito. È ancora alle prime battute.
L’apice avviene quando i pm gli chiedono perché abbia attivato le microspie solo in un’ auto dei Sempio e Sapone risponde: “Non lo so. Sono un po’ asino in tema di intercettazioni, non me ne intendo”. Ha detto proprio così scrive oggi Amadori. Un pezzo che vi consiglio di leggere e che descrive in maniera nitida una situazione che se non fosse vera sarebbe il copione di una commedia all’italiana.
Ma il culmine dell’humour avviene quando i pm gli chiedono come abbia fatto a redigere una nota conclusiva senza avere in mano né gli atti né le sentenze del processo Stasi, dato che Sapone dichiara di non aver ricevuto nulla di tutto ciò.
Un po’ come presentarsi all’esame con i libri ancora incartati.
E Sapone risponde: “Si sapeva dei sospetti su Sempio dai giornali, ma non avevamo gli atti”. Un’indagine praticamente condotta consultando Google.
I pubblici ministeri rimangono di sasso. Poi a un certo punto la pm sbotta. E lo fa in riferimento ai contatti tra lui e il nuovo indagato Andrea Sempio avvenuti prima della notifica dell’avviso di interrogatorio. “Che motivo c’era di chiamarlo?”.
E soprattutto come mai quando era stato sottoposto a perquisizione aveva negato di aver avuto contatti con Sempio e ora sta cambiando versione?
E qui Sapone sfodera la sua indole da cabaret: “Erano le sei del mattino ed ero stressato”.
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