Quando studiavo Legge, ricordo che i professori universitari insistevano particolarmente su questo principio dell’ “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Lezioni intere a sviscerare questo pilastro fondamentale del processo penale. “Le parole nel diritto penale – ci diceva il professore Calvi – pesano più del piombo. Le sentenze di più”.
Certo, te le ritrovi scaraventate addosso le sentenze. Gettano l’imputato al di qua o al di là delle sbarre. Incidono sulla vita, fisica e mentale, sulla libertà, sulla dignità del condannato. A seconda della pronuncia del giudice la vita dell’imputato da quel momento cambia. Tre parole bastano a rovinartela per sempre. Ricordo anche come ci fossero lezioni intere sulla responsabilità dei magistrati, dei giudici, dei collegi giudicanti – mi pare ci fosse anche un corso ad hoc per questo. Lezioni intere per far capire a studenti novelli che quando pronunci la sentenza, non stai solo dettando un dispositivo, non stai solo applicando la legge, non stai solo recitando un articolo, una formula, ma stai decidendo e cambiando la vita di una persona. Poi arriva il caso Garlasco e d’improvviso quei pilastri, quelle formule, quelle pietre, quelle parole che pesano più del piombo scompaiono.
Non sentite come suona male.
Prima assoluzione Alberto Stasi: anno 2009.
Seconda assoluzione Alberto Stasi: anno 2011. Era il grado di appello.
In primo grado venne assolto per insufficienza di prove e mancanza di elementi certi. Intanto non furono mai trovate impronte di Stasi sul corpo della vittima, Chiara Poggi appunto. Come era possibile? Poi l’arma. Non venne mai ritrovata. Poi la bicicletta. Stasi aveva una bici da uomo. Quella che diverrà poi la testimone, parlava di una bici da donna. Poi l’assenza di un movente. Perché Stasi avrebbe dovuto uccidere Chiara Poggi? E poi l’alibi. La difesa riuscì a sostenere che Stasi stesse lavorando alla tesi. L’assoluzione venne poi confermata in appello. Ma è nel 2015 che arriva la condanna definitiva a 16 anni. Dopo due assoluzioni, la giustizia va in cortocircuito e sfrigola il suo piatto più prelibato: la condanna.
Alberto Stasi viene dichiarato colpevole di aver ammazzato la sua fidanzata. Quelli che ora gridano al garantismo non lesinarono di certo a dipingere Stasi come un mostro. Il pedigree mediatico poi fece la sua parte. Stasi per tutti era “il biondino con gli occhi di ghiaccio”. Ma la giustizia non è una partita a scacchi. O almeno non dovrebbe. Non è Forza 4, non è Battaglia Navale, non è “vinco un set io, perdi un set tu, voglio la rivincita”. E soprattutto non è una ripicca. Non è una vendetta. Non è: l’hai scampata ma aspetta il terzo grado.
La condanna definitiva del “biondino con gli occhi di ghiaccio” è arrivata dopo ben cinque pronunce: due assoluzioni, un rinvio alla corte d’Appello, un rifacimento del dibattimento e una convalida della Suprema corte.
Ed è arrivata – per tutti quelli che ora si credono laureati in Giurisprudenza, perché hanno guardato Forum – da parte della Corte di Cassazione che – i laureati alla Facoltà di Forum dovrebbero saperlo! – non interviene nel merito dei fatti, ma esprime un giudizio di legittimità. Ossia valuta che siano state applicate correttamente le norme. È stata la Cassazione a convalidare la sentenza di Appello. E non sulla base di elementi nuovi, di nuove prove, di prove raccolte in seguito. Gli elementi sono gli stessi valutati dal primo e dal secondo grado, che viene da chiedersi se i giudici dei precedenti gradi fossero degli incapaci. Il “biondino con gli occhi di ghiaccio” continuava a non avere un movente. Ad avere una bici da uomo. E a non aver lasciato una impronta sul corpo della vittima.
E arriviamo al 2025. Il caso grazie alla procura di Pavia viene riaperto. E nel 2026, l’opinione pubblica, i cittadini perdio! – dato che le sentenze sono pronunciate in nome del popolo italiano per quelli che dicono “che palle Garlasco” – ecco nel 2026 l’opinione pubblica si trova a vedere indagato un altro accusato di avere ucciso, non in concorso, Chiara Poggi, e un condannato che sta scontando e ha già scontato una pena per aver – dicono i giudici dell’epoca – aver ammazzato la stessa persona che in realtà avrebbe ammazzato quello su cui si sono concentrate le indagini finora. Una schizofrenia acuta del sistema. Un cortocircuito pazzesco. Un triplo asse carpiato bestiale. Perché come può essere che una persona che viene assolta due volte, poi venga condannata? Un caso di scuola che alla facoltà di Legge dovrebbero farci un corso. Dove mi auguro non abbondino gli analfabeti.

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