Il caso dei 40 mila ciclofattorini con paghe da fame “impiegati” da Glovo non è solo un problema giuridico. Non è “solo” un’inchiesta giudiziaria.
È una questione sociale, morale e anche culturale. Perchè è lo specchio della società in cui viviamo.
Per anni abbiamo fatto finta di non sapere. Di non vedere. Per anni, soprattutto negli ultimi anni, abbiamo chiamato lavoro quello che era un ricatto. Flessibilità quella che era sfruttamento.
E voi così garantisti, ecco voi sì, vi ci è voluto un giudice per scoperchiare il vaso e per scoprire che dietro l’algoritmo ci sono persone che lavorano. Gli ordini via whatsapp. Le notifiche. L’app. La geolocalizzazione. Mi raccomando pedala più veloce così fai più consegne. La produttività. La performance. Prevalentemente stranieri – tanto funziona così no? – “approfittando dello stato di bisogno” – tanto funziona così anche questo no? -, pagati “fino all’81% in meno della contrattazione collettiva”, e “fino al 76% meno della soglia di povertà” – del resto la povertà in Italia non è più un’emergenza. È una condizione diffusa. Dati ISTAT 2024: il 10,9 delle famiglie è ufficialmente povero.
Ma tanto alla gente che gliene frega.
Che gliene frega a quelli che comprano inutili vestiti cuciti con le dita dei bambini in Vietnam e poi si scandalizzano e fanno le facce come se avessero inghiottito una mela intera. “Oh mio dio. Mamma mia. Mamma mia che cose brutte. Poverini”, ti dicono mentre indossano la loro borsa inutile cucita con le dita dei poveri. Che gliene frega alla gente. Che gliene frega a quelli che pensano di salvare il mondo, mangiano in ufficio, davanti gli schermi dei computer e ordinano il panino su Glovo. E si incazzano pure se il rider arriva in ritardo.
Tanto in giro con la pioggia e il vento mica ci stanno loro. Che gliene frega. Che gliene frega a chi pensa di avere diritto a tutto e ordina da mangiare piantando il culo. Che gliene frega.
Tutti sanno come vengono trattati, come vengono pagati, eppure tutti se ne servono. Ma come al solito accade, il problema delle donne per strada, non è la donna, ma è chi ci va. Se ci sono degli schavi, non è solo colpa dei padroni, ma è perché viviamo in un mondo che fa sì che gli schavi ci siano. Se non ci fosse la domanda, non ci sarebbe l’offerta.
Ma non li vedete, così capitalisti, così consumisti, consumistici, predatori, ansiosi. Sono tutti lì gonfi di ego ipertrofici a riempirsi di cose inutili, di cibo inutile consegnato dal rider che lavora per due euro e mezzo a giro. Contromano. Al buio. Col freddo. Mentre noi aspettiamo il panino. E questo ci rende complici. A Glovo viene contestata la violazione dell’articolo 36 della Costituzione. Non proprio una roba da poco. Ma tanto a voi che ve frega. Che ve frega. Che roba è la Costituzione, chi l’ha mai letta. Roba da comunisti, sinistroidi, da chi “non ha capito il senso della vita e non si è mai sporcato le mani”, ti dicono. “Io l’ho fatta la gavetta ai miei tempi. Ah se l’ho fatta!”. Certo e infatti chiediti perché sei della generazione che fa più uso di psicofarmaci. Peccato che per arrivare alla Costituzione, ci abbiamo messo anni. Ci è costata anni di lotte, di liberazione, di lotte partigiane, di difesa dei diritti, di scioperi, di voti. Ma tanto che ce frega su. Dai.
“Se stiamo qui a badare a tutto”. “Vabbè dai per una volta”. “Eh vabbè che ci vuoi fare. Funziona così”.
Sì, il problema non è solo giudiziario. E non è nemmeno dei padroni che andranno processati. Il problema è di chi sa e nonostante questo continua a servirsene. Ma l’ipocrisia si sa, è il miglior privilegio di chi confonde la faccia con il fondoschiena.

sbetti


Scopri di più da Sbetti

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.