Sospetto focolaio broncopolmonite.
Per alcuni giorni una brutta bruttissima influenza mi ha tenuta incollata a letto. Anzi sul divano. Non mi ha fatto mangiare. Non mi ha fatto camminare. Non mi ha fatto alzare. Non mi ha fatto dormire. Mi ha tolto completamente ogni forza. Tutte le attività che prima facevo senza rendermene conto, alla velocità della luce, e in modo così automatico, erano diventate per me impossibili. Conservavo solo quella mia indignazione per lo schifo in cui sta piombando ormai inevitabilmente il mondo. I soprusi. Le angherie. Le ingiustizie. I leccaculi. Le tragedie. Solo che manco riuscivo a scriverne. Tremendo vero? Tremendo di come ci si accorga delle cose che abbiamo e dei doni che possediamo solo quando ce li levano. È l’eterna insoddisfazione del mondo occidentale che non riesce mai a godersi nulla e anziché ringraziare per quello che ha, piange per quello che non ha.
Inizialmente la mia influenza non sembrava niente di pesante, due linee di febbre, brividi di freddo, tosse, raffreddore. Sarebbe bastata qualche pastiglia e mi avrebbe rimesso in pista. E invece. Invece a mano a mano che i giorni passavano, l’influenza peggiorava. La tosse si era fatta grassa. Le gambe non mi reggevano. La fame era scomparsa. Bevevo e non reggevo. Mi disidratavo in continuazione. E la febbre saliva. Fino a che una mattina, dopo le decima Tachipirina, con una lineetta che saliva fino a 39, ho chiamato il medico. La diagnosi per come la vivo io, è stata un po’ spietata. Insomma vedermi scritto lì su quel foglio: “sospetto focolaio broncopolmonite”, non mi era piaciuto per niente. Anzi quando ho sentito quella parola mi era salito un così tale stato d’angoscia.
La mente poi è bravissima a pensare sempre al peggio.
Il medico mi ordina di fare urgentemente i raggi ai polmoni. È lì mi esplode un po’ il panico. “E se scoprono che… – no dai Serenella che stai dicendo”. “E se mi trovano che? No dai Serenella ti prego”.
Più dicevo alla mia mente di stare buona, più lei faceva quello che voleva (si vede che l’ho addestrata bene).
Quel giorno ho iniziato a scrivere a una cara amica e a un caro amico, passando in rassegna tutti i possibili e più catastrofici scenari, ed entrambi mi dicevano di smetterla.
C’era il sole quel giorno. L’aria era cristallina. Pulita. Il cielo era limpido. Avevo solo il bisogno di mettere il naso fuori casa e di respirare finalmente. E i raggi in ospedale – ho pensato – erano l’occasione perfetta. Lungo il tragitto mi ha perfino colpito quella flora della palude che cresce sui fossi e che d’inverno sembra appassita, si fa dorata e sembra una scopa vestita del suo abito migliore. Aveva veramente dei bei colori.
Poi quando sono arrivata all’accettazione, camminando sorretta e accompagnata, con quegli occhialoni scuri che mai ho tolto, mi sono seduta e ho aspettato. “326!”. “Sono io”. Con una lemma che ora preferisco non ricordare, mi sono avvicinata al portone di radiologia.
L’entrata è un collage di allarmi, pericoli, adesivi, simboli che ti ricordano che sei in un’area soggetta a radiazioni. “È sicura di non essere incinta?”. “Sicura… per carità”.
Poi, è arrivato il click. Quella roba che ha il suono simile a una graffettatrice gigante, in un batter d’occhio aveva radiografato il mio corpo. Ora lei sapeva esattamente cosa avessi. Mi sono rivestita, ho atteso la risposta e quando questa è arrivata, non mi sono data il tempo di uscire. Ho aperto la busta con le mani che mi tremavano, il cuore in gola, e quelle poche forze che avevo. Ho mandato l’esito al mio più caro amico, che è anche un ottimo medico, e il suo vocale: “Sere non hai un cazzo! I polmoni stanno bene”, mi ha riempito il cuore. Mi veniva da piangere.
Mi sembrava di essere tornata a quando facevo gli esami e attendevo gli esiti nei corridoi.
Quella camminata fuori, di sera, al freddo, di ritorno sotto quel viale alberato, coperto dalla sola luce fioca dei lampioni, ancora sorretta e accompagnata, è stata una delle camminate più belle della mia vita.
Era come se un po’ di energia mi fosse stata restituita, come se dalla cassettina degli attrezzi avessi ancora un booster di rinforzi. E mi sono tornati in mente i pensieri del giorno. Quando capisci che se hai la salute, allora davvero hai tutto. Quando ho visto quelle persone stese su un letto d’ospedale, che vedono la vita scandita tra una goccia di flebo che scende, e il timer di una visita.
Mi sono detta al diavolo i colleghi stronzi, i capi anche, la gente prepotente, al diavolo chi pensa sempre e solo a fotterti, al diavolo chi promette e non mantiene, chi ti volta le spalle.
Il 2025 per me è stato molto tosto, molto duro. Molto trasformativo. E qualcuno in cuor suo ha desiderato vedermi cadere.
Ma a chi sperava che cadessi, a chi vedendomi cadere ha gioito, a chi ha parlato male di me ma si è riempito di falsi sorrisi, a chi mi ha umiliato, a chi mi ha offeso, a chi ho chiesto una mano e si è voltato dall’altra parte, ecco state tranquilli, perché nel 2026 mi correte DAVVERO NEL CULO.

sbetti


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