Ho iniziato a fare questo lavoro dodici anni fa. Era ottobre 2013. Facevo la cameriera in un ristorante e la sera finito il turno con i colleghi o anche da sola andavo a cantare al karaoke. Avevo da poco lasciato uno studio legale. Volevo fare il pubblico ministero, ma ero trattata tipo “Diavolo veste Prada”.
“Ho lasciato la macchina in seconda fila, la parcheggia lei?”, mi diceva il dominus. “Mi appende il cappotto?”. “Domani mattina toast, coca zero e giornali allineati sopra la scrivania”.
Ricordo che ogni volta che chiamavano i giornalisti in studio – era uno studio abbastanza quotato – pensavo: “Ma che palle questi giornalisti. Ma che hanno da chiamare ogni giorno”. E il mio capo continuava: “Le lascio il bancomat, va lei a prelevare?”. “Serenella! So che è il 15 agosto ma in studio c’è il bonsai, bisognerebbe annaffiarlo”. “Mi prenota un volo per Francoforte? Il più economico possibile! E non voglio posti in seconda classe!”. “Serenella ho la macchina dal meccanico mi accompagna lei?”. “Serenella è finita la carta igienica, va lei a prenderla?”.
Insomma basta.
Un giorno, dopo l’ennesimo pacco di fotocopie che mi frantumava i coglioni, giuntomi alle otto di sera, dissi loro che il giorno dopo ci sarebbe stato un posto libero perché la Bettin avevo deciso di andarsene.
Dovevo ritrovarmi. Cercare la mia strada. Ripescarmi in fondo alla cesta dei panni sporchi.
Il mio mondo mi pareva contornato da sogni ormai svaniti.
Una sera così partecipai a una gara di karaoke e una corda vocale fortunata segnò il mio destino.
Vinsi un biglietto per andare a vedere lo spettacolo di Sergio Sgrilli, comico di Zelig. Il biglietto era per il 25 ottobre 2013.
La ricordo ancora quella sera. La ricordo come fosse ieri. No, ma che dico ieri. Come fosse oggi. Indossai un completo nero, mi truccai gli occhi completamente di nero, indossai un paio di stivali e andai. Arrivai a teatro e mi godetti lo spettacolo. Finito lo show, mi avvicinai al palco, volevo conoscere Sgrilli ma era così tanta la gente che non c’era verso. Poi a un certo punto sentii qualcuno dello staff dire che in un locale si teneva una festa privata con Sgrilli. Ingranai la marcia e pensai: “Sai che c’è – Fanculo – Ci vado pure io”. Riuscii a imbucarmi dentro la saletta dove si stava tenendo il rinfresco. E ricordo che me ne stavo lì seduta sui divanetti, incapace di dire qualcosa, che mi pareva un mondo così diverso e lontano, che non sapevo ancora da che parte prenderlo. Lo scrutai da lontano Sgrilli. In borsa avevo un taccuino e una penna. Li tirai fuori. E mi avvicinai. Lui mi guardò. E io gli dissi: “Le posso fare due domande?”. Lui intese che fossi una giornalista. E mi disse: “No, magari un’altra volta”. Io lo riguardai. E lui niente. Alla fine gli feci gli occhi di supplica. E gli dissi: “Le rubo pochi minuti, glielo prometto”. “Va bene – mi rispose – ma sediamoci qui”. E mi indicò il divanetto. Io gli chiesi due tre cose, lo feci parlare, e presi appunti. Erano ancora i tempi dei taccuini e degli appunti scritti a mano. Dei giornali sfogliati tra i caffè del mattino. Dello scricchiolare delle pagine quando quel giornale ancora nessuno l’ha mai aperto. La notte poi tornai a casa e scrissi un pezzo. Lo scrissi di getto. Ancora col cappotto addosso. Una sigaretta dietro l’altra e la pipì che scappava. Lo scrissi in piedi. Al freddo. Col cellulare in mano. A suon di quel ritmo di tamburi che mi vibrava dentro come mai prima di allora. Lasciai riposare il pezzo. La mattina dopo mi svegliai. Aprii il computer, presi la mail del capo dell’edizione del Gazzettino e inviai. Due tre giorni dopo mi arrivò una chiamata. Il mio pezzo era piaciuto. E sarebbe andato in pagina. Anzi mi dissero: “Sarà anche un’apertura”. Ma ancora non capivo bene cosa fosse. Il mio approccio al mondo del mondo del giornalismo fu abbastanza caotico. Righe. Misure. Pezzi. Battute. Un caos.
Devo molto a quella gara di karaoke e a quel mio buttare tutto per aria da un giorno all’altro. In quei pochi minuti con Sgrilli capii tante cose. Cosa avrei voluto fare. E cosa mi faceva sentire viva. Ogni volta che affronto dei periodi dove devo prendere delle decisioni, ripercorro molto quei momenti. Quando non trovi la strada, devi essere disposto a ribaltare tutto. A lasciare aperte tutte le porte. Prima o poi sarà lei a trovare te. Poi quando l’hai trovata, anche se in salita, continua sempre a batterla.

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