
Due brevi considerazioni su Garlasco, dove sono stata questi giorni (Luglio 2025).
Quando venne assassinata Chiara Poggi, all’epoca ventiseienne, era il 13 agosto 2007.
Avevo 23 anni e ancora non facevo la giornalista. La storia mi colpii parecchio. Uscivo da una relazione abbastanza travagliata, di quelle di quando hai vent’anni e la tua scorza non è ancora formata, e mi impressionò parecchio la vicenda di questa ragazza che tutti dicevano essere stata uccisa dal suo fidanzato.
Mi colpii anche perché, in Veneto, quindici giorni dopo, ci fu il terribile massacro di Gorgo al Monticano, e io mi chiedevo se il mondo stesse impazzendo. Ancora non sapevo che dopo qualche anno la cronaca sarebbe diventata il mio pane quotidiano.
Poi, il 12 dicembre 2015, nove anni dopo, per il delitto di Chiara Poggi, in terzo grado – dopo essere stato assolto in primo e in secondo – venne condannato il fidanzato Alberto Stasi. Fino a che quest’anno nuove indagini hanno portato alla riapertura del caso.
Da quando Garlasco è tornato alla ribalta, i riflettori si sono riaccesi, e per fortuna.
Ma a Garlasco ho trovato tanta omertà. Bocche cucite, nessuna voglia di parlare, gente che scappa, eppure tutti sembrano sapere qualcosa, ma nessuno dice niente.
Da quando è stato riaperto il caso, ne ho viste lette e sentite di cotte e di crude.
A cominciare da quel quotidiano locale che una bella mattina in prima pagina si è sognato di fare un sondaggio tra i lettori per chiedere se secondo loro Stasi fosse colpevole o meno. Podcast come se piovesse, youtuber in azione travestiti da Ispettore Gadget, dilettanti investigatori, facebookkisti anonimi compulsivi, tutti pronti a twittare, instagrammare, facebookkiare le scene del crimine, per accaparrarsi pezzi di visibilità attorno al dolore e alla disperazione degli altri.
La gente – ho imparato – mormora, sia quando i cadaveri sono ancora caldi, sia quando dopo anni, li rigiri e ci scopri cose nuove.
Solo uno stomaco sensibile e allenato resiste a simili atrocità.
Tutti – anche chi del caso Garlasco non ha mai trattato – hanno la propria visione dei fatti. E come a sfogliare un perfetto manuale d’istruzione, l’Italia ricalca sempre le tifoserie da stadio, nell’attesa di un gol all’ultimo minuto e di un autogol ai tempi di rigore.
La diatriba tra innocentisti e colpevolisti è vecchia come il cucco. È il sangue e il cordone ombelicale della cronaca nera.
Ma Garlasco non è solo un fattaccio di cronaca dove bastano un sospiro, un sussurro, una voce, un’impronta, un errore, ad aggiungere un tassello alla narrazione.
Garlasco è lo specchio della nostra giustizia, della nostra sete di verità. Di quella cosa che ti rode dentro perché forse c’è un innocente in galera. Garlasco è la radiografia e il riflesso della mancata giustizia. Del malfunzionamento. È l’espressione fedele dell’epoca che stiamo vivendo. Dell’imprecisione, della faciloneria, e della superficialità.
Di certo qui per ora che c’è una ragazza che non ha potuto vivere la sua vita, perchè qualcuno gliel’ha tolta.
E forse un innocente – ancora non si sa – che sta scontando anni in galera, ma che, se innocente, quando uscirà non è che gli danno in premio un’altra vita.
Nessuno gli dirà: sai scusa ci siamo sbagliati, ti restituiamo i tuoi anni.
I genitori di Chiara, convinti della colpevolezza di Stasi, ma che non si sono opposti alle nuove indagini, sono le altre vittime di tutta questa triste e dolorosa storia perché quando pensi di aver messo la polvere sotto il tappeto, la finestra si apre di botto, e il vento trascina via tutto.
Si distruggono verità, si minano certezze, si riaprono ferite mai chiuse se non con i punti che se tiri fanno un male cane; il dolore torna a ribollire, a ravvivarsi come ferite in carne viva e il sangue continua a scorrere.
Un totale stravolgimento della vita passata, presente, e futura, che entra a gamba tesa con uno dei lutti più terribili che un essere umano possa affrontare: la perdita di un figlio.
E così cadono teoremi, teorie, sentenze, bugie, errori, inefficienze, cade forse – come mi ha detto una persona a Garlasco – l’aver avuto la voglia di trovare UN colpevole, ma non IL colpevole stesso.
Io la verità non so quale sia. Ma il dubbio ce l’ho. Soprattutto perchè al pensiero che ci possa essere un innocente in carcere, mi ribolle il sangue.
Quando sono arrivata a Garlasco e ho intervistato l’amica di una delle cugine Cappa, le ho chiesto perché in 18 anni non si fosse sentita di dire niente. Nonostante la sua forte testimonianza in cui racconta che Stefania Cappa la sera del delitto le aveva detto di aver visto Chiara quella mattina alle 11. Una versione che cozza con quanto dichiarato da Stefania che diceva di averla vista il sabato prima. L’amica mi ha risposto che nonostante le sue dichiarazioni, nessuno l’ha sentita. Nessuno l’ha chiamata. Nessuno l’ha intercettata. Niente di niente.
Dinanzi a questa testimonianza molti si sono indignati perchè non capiscono il motivo di parlare 18 anni dopo. Io questa indignazione non la capisco.
Ogni volta che accade qualcosa di profondamente brutto, o ci troviamo sul “luogo del delitto”, la gente preferisce non parlare. Sta a galla, temporeggia, muta, solfeggia, in silenzio, continuando a spiare dal buco della serratura. “Non mettermi in mezzo”. “Io non so niente”. “No no per carità non voglio sapere niente”.
C’è una tale omertà e un così tale triste raggelante menefreghismo che solo chi scarpina le strade della cronaca conosce. Ma che forse dovrebbe portare a riflettere.
sbetti
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