Questa settimana sono stata a Napoli. E minchia è una delle città più belle. Un cilindro di colori. Di sapori. Di odori. Di rumori. Di vocii. Simboli. Segni. Ci sono arrivata col treno l’altro giorno. E una volta scesa è stato tutto in un attimo. Come a riconoscersi negli sguardi. Prendersi per mano. Vedersi riflessi. Come a conoscersi da sempre. A parlare la stessa lingua. A capirsi senza bisogno di dire niente. Una soave melodia risonante che ti entra in testa e non ti abbandona. Napoli ti prende. Questo è. Del resto, amo i napoletani. Adoro tutta quella parte dal Po in giù, che al Nord chiamano ancora terronia. E fiera di esserlo. E Napoli o la si ama o la si odia. Non esistono mezze misure. È come un grande amore. O si ama o no.

Arrivi a Napoli centrale e una volta uscita dalla stazione, non fai nemmeno in tempo a rendertene conto, che vieni catapultato in questa irresistibile e vulcanica energia. Arrivando hai anche visto il Vesuvio. Quella montagna che da piccola ti dicevano che eruttava lava. Uscita dalla stazione poi ci sta un palazzo che ha i vestiti ad asciugare appesi fuori. Sono tutti colorati, messi alla rinfusa. Spuntano jeans appesi per le caviglie, appesi per il cavallo, maglioni girati, sottosopra, appesi per le maniche, per il collo, lenzuola giganti, asciugamani,  tovaglie a cuori, a fiori, a quadri. Sotto ci sono le auto parcheggiate messe di traverso che si fondono e si confondono con le auto in fila che aspettano. Quelle in divieto di sosta. Quelle in colonna. Quelle in seconda fila. L’ingorgo. I clacson. La gente che urla. Che vocifera. Adoro questa anarchia. Questa baraonda. I trolley che trottereggiano come cavalli da corsa all’ippodromo. Il venditore di frutta che spunta in mezzo alla strada. I motorini che ti sfrecciano accanto. Uno, due, tre. In fila, di traverso. La troupe mi aspetta in mezzo a quella nuvola di taxi bianchi che se a Milano non ci sono, qui ne hanno a bizzeffe. “Abbiamo un furgone grigio”, mi dicono. Ma io. Io non ci sento e continuo a meravigliarmi e a meravigliarmi ancora di quel dannato caos e di quella sfacciata bellezza. Il vociare dei vicoli. Le voci sguaiate del centro. La libertà. Il caos. Qui hanno le loro regole. In un bar c’è scritto: “Che fretta c’è, fatti un caffè”. E infatti. Al bar incontro una ragazza. I nostri sguardi si incrociano. E subito cominciamo a parlare. Lei mi racconta che l’indomani avrebbe avuto un volo per Manchester. Che deve andare a trovare un’amica. Che lei vive a Lecce, ma Napoli è il suo posto del cuore. “Ah dai, no io sono qui per lavoro”. “Ma che lavoro fai?”. “La giornalista”. “Oddio e che sei venuta a fare qui dal Nord?”. 

La troupe suona, mi sta aspettando. Salgo in auto. “Ma voi avete pranzato?”. “No. E ma dobbiamo volare. Mangiamo dopo. Dobbiamo andare a Caserta”. Abbiamo una vita talmente sregolata noi, che quando hai delle regole ti pare di essere in ferie. Dalla borsa tiro fuori una confezione di tacchino, i cameraman mi guardano e si mettono a ridere. Qui il tacchino in auto lo puoi mangiare. Se lo fai a Milano ti guardano male. Se lo fai in Veneto ti chiedono che c***o stai facendo. Se lo fai a Torino ti dicono: occhio perché infesta la macchina. Qui no. Percorriamo in auto un tratto di Napoli centro, strade scoscese, su e giù, giù e su. Auto alla rinfusa. Finche l’auto va a Caserta attorno a noi si aprono scorci mirabili e meravigliosi. Squarci di mare inondato da un tiepido sole. Se lo guardi poi sul far del tramonto, il mare si colora di rosa. In fondo c’è Capri, al di là il Cilento. Passo due giorni su e giù, giù e su. Finché non arriva il giorno della partenza. Incontro una donna che mi dice che non trova lavoro e non riesce ad arrivare a fine mese. Che qui si fa tanto nero. Ah ma anche al Nord le dico – non ti credere. Il pomeriggio, invece, incontro un ragazzo napoletano. È con un altro amico. Li guardo, ma capisco subito che nei loro sguardi c’è qualcosa di altro, qualcosa di diverso. Qualcosa che li porta a vivere su quella dimensione dove gli altri non possono vedere, ma le anime si possono toccare. L’amico ha un treno per Firenze, perché deve tornare a casa. I due si guardano, si baciano con gli occhi, vorrebbero baciarsi ma non lo fanno, troppi sguardi, troppi occhi addosso, troppa gente. Vittime di quella cultura che ancora si prende la briga di decidere come dovremmo vivere la nostra vita. Vittime di quel bacio rubato dalla folla. Dico loro: dai su ma un bacio! 

Viene a prendermi la troupe. Torno a Caserta. Poi sulla via del ritorno, in auto al cameraman squilla il telefono, il telefono è collegato con il bluetooth. È la figlia: “Pa’ posso prendere allora sto zaino?”. “Quanto costa?”. “Ottanta euro”. Il papà pensa un attimo: “Va bene. Prendilo”. Penso che anche qui lottano per arrivare a fine mese. Prendo la vita del ritorno. Scendo a Padova. Ormai è notte. Fuori piove. Vedo la gente dormire all’addiaccio in stazione. Metto su le cuffiette. Sul mio Spotify: “Dancing with tears in my eyes”. 

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